Dalla serva di Belisario bizantino alle cravatte di Zaev e Tsipras, tra laghi “in condominio” e lavori in corso nel cuore dei Balcani 

di Domenico Ienna
Immagine di copertina: FYROM, lago d’Ohrid

Polveri estive su FYROM e confini, verso il referendum sul nome “Macedonia del Nord”

Penisola balcanica:
vero centro mediterraneo-continentale
tra quella anatolica e nostra italiana:
altra cosa infatti è l’iberica,
a Occidente lontana:
con rive bagnate pure da Oceano
oltre “Colonne d’Ercole”…

 Il viaggio

I viaggi, in fondo, sono tutti così: se incontri gente, segui eventi e ti muovi curioso in città d’arte ti senti poi dire, pressappoco, da dentro “Però peccato, ho visto poca natura, non ho “tratto” dal territorio nessun paesaggio; se viceversa ti sazi di scogliere, di trekking con scoperte in solitaria e cielo sempre libero sulla testa ti sembrano mancare l’umanità del posto, la cultura attraversata, il confidente da localino che si propone come ‘genius loci’…

Pur sembrando rientrare proprio in quest’ultimo caso il mio personale raid estivo nella Repubblica ex jugoslava di Macedonia (“Former Yugoslav Republic of Macedonia-FYROM”) e dintorni – ampio tour più extraurbano che urbano, con perimetrazione quasi rituale di confini in prevalenza poco frequentati – già mi convinco nel mettere giù le prime righe di reportage d’aver elaborato comunque spazi intrisi di presenze, di carattere forte eppure discrete.

Nel caldo intenso di mezza Estate, polvere su viadotti in restauro che scavalcano gole profonde di questa “Macedonia”: dove incredulo assisto a lunghe file di Tir sorpassati spesso da ben sei/sette auto, con rischio-frontale già per la prima di esse! Conferme di caos da lavori in corso (polvere, gru, scheletri di cavalcavia alzati in cielo in ogni direzione, pazzia di traffico e pure una targa KFOR-Kosovo Force a guida NATO) ricevo già verso Kaçanik, nello sconfinamento rapido che opero in Kosovo.

 1Dalla FYROM entrata in KOSOVO

La segnaletica stradale? Un problema come in certe zone del nostro Meridione, similmente risolvibile in qualche modo con estemporanee empatie da vivere coi locali. Come ad esempio – nella disperata ricerca d’attraversare sulla circumlacuale di Prespa, interrotta però alla bisogna, il confine tra FYROM e Grecia – la richiesta d’una anziana al figlio poco lontano di fornirmi informazioni al riguardo: parole (e mimica) che non ho avuto alcun bisogno di interpretare né tradurre, sembrandomi subito chiare come se fossero state espresse proprio così: “vieni a ccà, stu signore vòle sape’ ‘a strada p’ ‘a Grecia”.

Certo, perlomeno nella Capitale e in altre zone turistiche “macedoni” sarebbe gradita qualche essenziale traslitterazione informativa dal cirillico, per comunicare perlomeno a un taxi – con qualche efficacia – il luogo di chiamata relativo…

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FYROM, Skopje. Monumento ai santi fratelli Cirillo e Metodio creatori dell’alfabeto glagolitico, elaborato successivamente in cirillico.

Cercando un altro ingresso per entrare in Grecia, sperimento poi – al confine – lunghi e minuziosi controlli all’auto coll’ausilio pure di cani non direi proprio da tartufo: ispezioni difficili da motivare perché eseguite in uscita dalla FYROM, in contrasto con l’atarassica accoglienza dispensatami invece da un olimpico controllore ellenico…

Sono finalmente comunque in Dytikì Macedonìa – cioè quella occidentale greca, annusando sempre presenze d’altri laghi di confine, qui però non sottoposti a “condominio”. Quello piccolo di Petron ad esempio, visibile/non visibile e difficile da raggiungere, per strade contigue che mostrano poca voglia di cercarne e trovarne le rive…

Macedonia chi?

Difficile non ammettere che – nel nostro immaginario – “Macedonia” richiama certo più misti-frutta a pezzettini/pezzettoni con gusti/colorazioni diversi che il Paese poco oltre Adriatico, ma dopotutto “lontano”; anche se, al carattere di questo, similmente si connaturano varietà e sincretismi di storie/culture/religioni, oggi come ieri nei domini euroasiatici del grande Alessandro. E ciò oltre un preteso racconto terrifico di fondazione, che vorrebbe “Macedonia” una serva di Belisario bizantino: per vendetta fatta appunto sminuzzare da Antonina moglie del valoroso (e paziente…) generale di Giustiniano, perché da essa denunciata al marito per reiterato sfacciato adulterio.

Il Regno dell’antica Macedonia – che con le conquiste del focoso allievo d’Aristotele diffuse idioma e cultura ellenica fuori penisola, in Oriente fino all’Indo -  è ricostruibile come puzzle con territori d’estensione diversa compresi oggi in Grecia e FYROM “in primis”, e poi in Bulgaria, Albania e Serbia. Nel periodo romano a.C. attraversava la regione la via Egnatia (prolungata in età imperiale fino a Costantinopoli), riproposta con buona approssimazione dall’attuale “Egnatia odόs”: autostrada che dall’imbarco ionico di Igoumenitsa – attraverso la Grecia settentrionale – giunge fino ai confini continentale/nazionale con Asia e Turchia.

Nella prima parte del lungo percorso, l’antico tracciato passava per la suggestiva regione di laghi su cui s’affacciano oggi più Stati “in condominio”: su quello di  Ohrid, FYROM e Albania; per quanto riguarda invecel’altro “doppio” di Prespa, sul piccolo Grecia e Albania, sul grande – oltre a questi Paesi – anche FYROM terzo beneficiario!

3ALBANIA, penisola di Lin sul lago d’Ohrid

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 FYROM, Ohrid. Patrimonio dell’umanità UNESCO per storia, arte e vicende culturali
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FYROM, Ohrid.
Lampione pubblico riproducente caratteristica casa macedone con piani superiori aggettanti

L’accordo di Psarades

La piccola località di Psarades – sulle rive elleniche appunto del bacino “grande” di Prespa – è stata testimone la mattina del 17 Giugno scorso d’uno storico accordo preliminare firmato dai ministri degli Esteri Nikola Dimitrov della FYROM e Níkos Kotzias greco, autorevolmente sostenuti dai rispettivi capi di governo Zoran Zaev e Alexis Tsipras e rappresentanti di ONU e Unione Europea. Doveroso prosieguo della cerimonia il banchetto ufficiale, con spostamento in battello dei convenuti a Oteševo nel Parco Nazionale di Galičica, sulla sponda lacustre questa volta dell’altro Paese interessato.

L’intesa – se opportunamente confermata da ratifiche referendaria  e parlamentari nei paesi interessati – consentirebbe alla FYROM di fregiarsi finalmente dell’ambìto nome “Macedonia”, pur con la connotazione geografica limitativa “del Nord”: al fine di differenziarla così dalla confinante regione greca tradizionalmente designata con lo stesso nome, corredato da sottodivisioni geografiche però diverse (occidentale, centrale e orientale). Ventisette anni di “querelle” solo in apparenza “nominalista”, perché si sa che “Nomina sunt consequentia rerum”, e i nomi possono essere sostanze e corrispondere quindi alle cose…

In tempi e modalità diverse sono spettacolarmente entrati e usciti da tale conflitto – come protagonisti o comparse e in rigido ordine alfabetico – motivi etnici, religiosi, linguistici, politici e territoriali; e Paesi e organizzazioni internazionali quali Albania, Grecia, Bulgaria, Jugoslavia, Serbia, Nato, Nazioni Unite, Russia e Unione Europea!

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 FYROM, varietà d’edifici cultuali: una mini-edicola ortodossa e una moschea

Comunque già agli inizi di quest’anno – in segno di buona volontà in vista dell’accordo – l’aeroporto della Capitale e la principale autostrada locale hanno acquisito rispettivamente i nuovi nomi di “Aeroporto Internazionale di Skopje” e “Amicizia”: cancellando quelli precedenti più ingombranti relativi ad “Alessandro Magno”, altra forte icona condivisa nell’immaginario dei due Paesi non dico fratelli, ma perlomeno cugini. I contrasti comunque non finiscono qui, basti solo ricordare ad esempio la presenza stilizzata – sulla bandiera della FYROM, del cosiddetto “Sole di Verghina”, sigillo raggiato ritrovato su un antico scrigno nella località di riferimento della Macedonia greca…

Il caso Skopje

Ancora più problematico sarebbe però ridimensionare la mitizzazione della Macedonia antica voluta dal premier nazionalista Nikola Gruevski per un decennio al potere fino al 2016, rilevabile soprattutto nella trasformazione architettonica impressa alla capitale Skopje: da modesta località – già distrutta con migliaia di morti dal terribile terremoto del 1963 – innalzata (soprattutto il centro) a megalomane orgoglio della Nazione .

Progetto politico di Gruevski era dare forte identità al Paese attingendo appunto dalla storia e dal nome della regione occupata, sminuendo ovviamente nel contempo i patrimoni di cultura slava e islamico-ottomana assimilati in secoli di movimenti di popoli e dominazioni.

Al centro della città, due piazze immense con statue dei creatori della potenza macedone antica  Filippo II e il figlio Alessandro, un ponte tra le rive del Vardar e un Arco di trionfo pretenziosi: costruzioni enormi in bianco classico che costringono il visitatore a guardare sempre in alto, creando orgogliose sensazioni di potere psicologico/fisico/collettivo e quindi nazionale; anche se finisce per essere poi non molto eroico scorgere con più facilità il sottopancia di Bucefalo rampante – cavallo di battaglia del sovrano – che l’espressione, immagino fiera, tenuta lassù in alto dal Conquistatore!

Altri edifici costruiti decenni fa secondo canoni dell’architettura sovietica – vennero anch’essi teatralizzati con facciate di polistirolo, dove il termine “facciata” esprime bene – al riguardo – la limitatezza e approssimazione del maquillage effettuato.

Verso il tramonto dell’”era” del bianco monumentale e relativo background ideologico, la spallata di protesta più creativa fu certo la cosiddetta “rivoluzione del colore”: attacchi “cromatici” effettuati da commandos studenteschi armati di vernici da lancio contro il bianco classico, simbolo d’una identità politico-culturale fittizia a loro avviso da cancellare. Sbaffi di colore evidentemente ormai assorbiti dalle colonne e forse pure dalla società, non apparendo più nulla di essi oggi in città, almeno a un rapido giro in centro e nelle piazze principali.

Non per nulla Zoran Zaev – da vicepresidente dei socialdemocratici della FYROM spettacolarmente arrestato durante il governo Gruevski per ubuso d’ufficio, e attualmente primo ministro promotore dei recenti accordi con Bulgaria, Grecia e minoranza interna albanese – assumendo l’anno scorso l’incarico ebbe così subito a sintetizzare il cambio di rotta che andava impresso al Paese: “Il tempo delle spese per monumenti e statue è finito”!

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FYROM, Skopje.
Statua equestre di Alessandro Magno, ponte sul Vardar ed edifici vicini, Arco di trionfo

Un passo indietro, come in un romanzo…

Dopo Roma imperiale, cominciano a insistere nell’ampio territorio della Macedonia storica dal V secolo varie popolazioni d’origine slava, protagoniste di tutte le vicende che andranno a interessare in seguito l’ambito balcanico.

 Ѐ a conclusione del XIX secolo comunque che, nell’ambito del risveglio della forte triade di nazionalità serba greca e bulgara sale l’attenzione – da parte delle stesse – verso etnie di pertinenza residenti in territorio “macedone” (attuale FYROM), riconoscimenti di tipo demografico tesi a promuovere le rispettive influenze sul territorio interessato. Nel corso in seguito delle Guerre Balcaniche (1912-1913) – in cui una Lega di potenze riesce prima a sottrarre buona parte dei possedimenti europei allo Stato Ottomano, e poi a rivolgere le ostilità al suo stesso interno a causa di spartizioni difficili tra i Paesi vincitori – la regione liberata dal dominio dell’Impero finisce però divisa tra la Serbia e la Grecia.

Alla fine della prima Guerra Mondiale si crea poi nell’area il “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni” che – comprendente grosso modo anche l’attuale FYROM – nel 1929 cambia il nome con quello “di Jugoslavia”.

A causa di nuovi equilibri e vecchi legami del secondo conflitto mondiale, tocca poi alla Bulgaria annettere la tormentata regione, nell’ambito dell’occupazione nazi-fascista della penisola balcanica.

Autodefinitasi finalmente “Repubblica di Macedonia” nel ’91 del secolo scorso – quando con modalità referendaria uscì dalla Confederazione jugoslava – Il Paese dovette attendere comunque due anni per ottenere riconoscimento internazionale col nome provvisorio  “di compromesso” di FYROM già ricordato; entrando così sin da allora in conflitto formale con la Grecia membro di UE e NATO a proposito del nome ufficiale da attribuire allo Stato.

L’opposizione greca all’utilizzo del nome “Macedonia” fuori del Paese, riguarda ovviamente non solo l’identità simbolica, ma pure i possibili riflessi su rivendicazioni di tipo confinario: visto che il vecchio sogno dello sbocco al mare Egeo – probabilmentegià vagheggiato dalla Confederazione jugoslava titina – sembra mantenersi però anche oggi, come dai manuali di scuola locali  (“FYROM è dotato di litorale”!).

Reazioni all’accordo preliminare

Contro la determinazione politica dei premier di FYROM e Grecia a promuovere lo storico compromesso, forti le resistenze che si sono manifestate nei rispettivi Paesi.

Nella FYROM verso il Referendum

Il parlamento della FYROM ha ratificato per due volte quest’Estate l’accordo con la Grecia, per superare l’opposizione del presidente conservatore Gjorgje Ivanovalla firma dell’atto; intesa a cui si è dichiarato contrario pure il ministro della Difesa Panos Kammenos, leader d’una piccola  formazione essenziale comunque al governo Tsipras. Dal punto di vista popolare, agitazionianche violente a Skopje, con manifestanti indignati per il tradimento d’essenziali valori nazionali.

Prossimo passo nella querelle interna sarà il referendum – previsto per il 30 Settembre – non ultima ratifica certo al trattato avendo carattere, infatti, solo “consultivo”. Se il “No” popolare porterebbe ovviamente ossigeno alle opposizioni, il “Si” richiederebbe comunque un ulteriore passaggio in Parlamento, con maggioranza che appare al momento piuttosto problematica.

Se da parte governativa forte è l’appello a esercitare il diritto di voto, dall’altra il Presidente Gjorge Ivanov – come visto già contrario alla firma di sua competenza – invita pure a boicottare le urne, per rendere evidentemente invalido il “quorum” di consultazione…

Il premier Zaev si dice pronto a dare le dimissioni, se il referendum evidenziasse forte disaccordo popolare nei confronti della linea di dialogo sulla quale ha fortemente investito. Modalità in accordo con quanto detto, in proposito, dal solidale collega greco Tsipras nel Parlamento del suo Paese: “Odiare un altro Paese non è patriottismo”.

In Grecia

Senza porre tempo in mezzo e usare riguardo agli ospiti presenti, le campane di Psarades – sede dell’incontro bilaterale del 17 Giugno – avvolte con sacralità in bandiere greche hanno suonato a morto dopo la firma del trattato, evidentemente inteso come funebre sigillo alla svendita d’un “pezzo” importante d’identità nazionale. Alta del resto la percentuale dei cittadini che sembrano contrari al compromesso nel Paese, come confermato dal raduno trasversale di protesta (con lacrimogeni della Polizia) organizzato in piazza Syntagma ad Atene, vero “teatro greco” di cori umorali quali slogans patriottici e accuse (anche qui) al governo di grave tradimento.

Reazioni internazionali

L’accordo di Psarades è sostenuto dai capisaldi della politica occidentale (Europa, USA e NATO), con buoni auspici anche da parte della Bulgaria che – nonostante le storiche rivendicazioni linguistiche e religiose e i veti politici prodotti in passato – ha instaurato recentemente con FYROM rapporti assai più distesi.

Per quanto riguarda invece i contrasti – come se non bastassero quelli attivati all’interno dei Paesi interessati, ombre di pressioni internazionali non proprio “diplomatiche” sembrano allungarsi sul cammino dell’intesa. Pur se da punti di vista diversi infatti, i governi di Skopje e d’Atene concordano nell’accusare il governo russo d’ostacolare in vari modi l’accordo sul nome, sgradito certo all’influente potenza “orientale” in quanto tassello importante per l’ingresso della FYROM nella UE e nella NATO. I due Paesi hanno stigmatizzato, da una parte, il supporto fornito da affaristi greco-russi a nazionalisti e hooligans di squadre di calcio “macedoni” per fomentare disordini e proteste, dall’altra attività “non convenzionali” di diplomatici russi pure in territorio ellenico.

Pure se recentemente vicina alla politica russa in più occasioni, nella fattispecie il governo greco sembra non rinunciare però alla protesta: probabili prove tecniche di ricerca d’altri patroni (vedi USA) a conclusione del piano finanziario d’aiuto da parte dell’Unione Europea?

Albanesi di/in Macedonia

Governo di coraggiose (anche se controverse) prese di posizione questo attuale e ancora “giovane” della FYROM, al quale va ascritto – oltre agli accordi di politica estera con Bulgaria e Grecia di cui si è detto, pure la concreta apertura alla più cospicua minoranza interna, quella albanese, un quarto circa della popolazione: il riconoscimento cioè dell’idioma relativo come seconda lingua ufficiale del Paese.

Importante iniziativa di pacificazione interna, richiesta anche da vicende relative risalenti a un passato non molto lontano. Il Paese infatti, a seguito al conflitto del Kosovo del 1999, aveva accolto la diaspora di centinaia di migliaia di Albanesi fuoriusciti da quel teatro di guerra. Nonostante successivo rientro dei profughi nei luoghi di provenienza, s’accese nel 2001 una breve guerra civile in entrambi gli Stati, a rivendicare diritti e autonomie per le aree maggiormente caratterizzate da comunità appartenenti a quella etnia.

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FYROM, Zajas di Kičevo.

Memorial della “Madre Patria Albanese”inaugurato – in onore delle vittime dell’etnia relativa - nel centenario delle guerre balcaniche (1913-2013)

Attendendo il referendum, con cravatta o senza?
Con grande rispetto comunque per i Croati…

Tsipras – in coerenza di simboli con la sua storia personale presentatosi a Psarades senza cravatta – nel coinvolgimento politico della cerimonia ha provveduto a liberare poi da tale accessorio pure il divertito collega macedone inizialmente fornito; finendo paradossalmente per esprimere così, entrambi, una scelta estetica forse non proprio gradita a un altro importante Paese d’area balcanica.

Il diffuso accessorio di moda “cravatta” deriva il suo nome infatti dal termine hrvat”=di Croazia/croato, designante il foulard distintivo – nel Seicento – di cavalieri appartenenti appunto a quello Stato tanto vicino.

Scherzosa sottolineatura di comunanza di valori certo quella tra i premiers, sbocciata in un contesto diplomatico favorevole come quello sul lago di Prespa: siparietto giustamente rilassato, dopo le lunghe “querelles” internazionali (non ancora risolte del tutto) che lo hanno preceduto.

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Psarades, Grecia. La firma dell’accordo preliminare e l’episodio della cravatta.