Denominazione di origine Inventata, Mondadori, 2018

Autore di riferimento: Alberto Grandi

Biografia: Professore associato all’Università di Parma. Insegna Storia delle imprese, Storia dell’integrazione Europea e ha insegnato Storia Economica e Storia dell’Alimentazione. E’ autore di circa una quaranta saggi e monografie in Italia e all’estero. I suoi principali filoni di ricerca riguardano la storia del lavoro in età moderna, con particolare riferimento all’organizzazione corporativa e all’evoluzione dei sistemi alimentari in ambito urbano. Ha studiato anche i processi di sviluppo locale e i distretti industriali in Italia nel XX sec.. Negli ultimi anni ha compiuto soprattutto studi di storia dell’alimentazione, in particolare per quel che riguarda la ricostruzione storica dei prodotti tipici e delle denominazione di origine.

Abstract: Il libro ricostruisce la storia dei prodotti tipici italiani, che oggi rappresentano un pezzo importante dell’industria agroalimentare del Paese. Quasi sempre questi prodotti vengono descritti come frutto di una tradizione antica sedimentata nei secoli e profondamente radicati nella storia e nelle tradizioni locali. In realtà in gran parte dei casi queste storie sono il frutto di trasformazioni molto più recenti e che quasi tutti i prodotti tipici italiani sono stati sostanzialmente “inventati” tra gli anni ’70 e gli anni ’90 del XX sec. Paradossalmente questa verità non sminuisce la qualità dei prodotti e non mette in discussione il successo di questi beni sui mercati nazionali e internazionali, ma anzi ne dovrebbe ancor più valorizzare il lavoro di selezione e marketing che sta alla base del loro successo. Ammesso che esista una cosa chiamata “cucina italiana”, infatti, si tratta di un prodotto economico e culturale frutto di un processo in gran parte artificiale iniziato nel secondo dopoguerra, anche se ne possiamo scovare le radici nei decenni a cavallo del XIX e XX sec., grossomodo la cosiddetta età giolittiana. In questo processo c’entrano, e molto, i milioni di italiani che lasciarono il Paese spinti dalla fame e dalla miseria. I caratteri essenziali di molte cucine regionali si sono formati in America prima che in Italia. Ma in America, fino alla Prima Guerra Mondiale, esisteva un forte pregiudizio nei confronti di quello che mangiavano gli italiani. I medici americani considerarono a lungo l’olio d’oliva, la pasta e la pizza cibi pesanti e indigeribili da sconsigliare assolutamente all’interno di un corretto regime alimentare. E’ evidente che il giudizio sul cibo era figlio del giudizio che pesava su coloro che con quel cibo si sfamavano. E non è un caso, infatti, se in America l’opinione sui cibi e sui ristoranti italiani cambierà proprio con la Prima Guerra Mondiale, quando l’Italia, divenne l’eroica alleata contro gli autoritari imperi centrali. In questo contesto, dove la narrazione diventa un elemento fondamentale del cibo stesso, ci sta, ad esempio, un’altra straordinaria invenzione: la cosiddetta Dieta Mediterranea che con le tradizioni alimentari italiane non ha assolutamente nulla a che vedere. E così si arriva ai prodotti tipici, che di tutta questa storia raccolgono l’eredità e la rilanciano. Ma siamo ormai arrivati agli anni ’70, alla fine del ciclo espansivo della grande industria, a una società che ha perso gran parte della sua identità, avendone in cambio un benessere impensabile solo vent’anni prima. In questo contesto, i prodotti tipici restituiscono un pezzo di identità ai territori e, allo stesso tempo, permettono di cogliere i frutti di quell’immagine di arretratezza sana e di valori tradizionali immutabili che fanno dell’Italia un paese un po’ bucolico e un po’ arcadico.