Giovanni Pistoia e Il vento restò senza respiro: la vita è un ossimoro.

Cop. PistoiaIl libro è, e resterà sempre, per me, prima di tutto un oggetto, un oggetto da guardare, sfiorare, odorare. Ora, avere tra le mani il libro di Giovanni Pistoia, dal titolo Il vento restò senza respiro, Youcanprint, 2016, è fare un viaggio nell’infinito. Siamo sinceri, l’abito fa davvero il monaco. Almeno in campo editoriale (…) una copertina azzeccata può segnare la fortuna del libro, la sua immediata riconoscibilità sugli scaffali e nelle vetrine, spiccando fra tutti i concorrenti, imponendosi nell’immaginario comune (…) Ma qual è il valore della copertina stessa? (…) “Fa parte del libro, è legato fisicamente al testo, poiché l’immagine dovrebbe scaturire dalle parole lì dentro e allo stesso tempo esercita un potere. La copertina crea la prima impressione, lascia per forza una traccia. Sono parole della scrittrice statunitense Jhumpa Lahiri riportate da Francesco Musolino nell’articolo pubblicato lunedì 30 gennaio sul Messaggero. Verso quale infinito ci sentiamo trascinati? Guardiamo ancora la copertina: l’immagine dell’autore, Rocco Regina, è una ridda di colori, un turbinio prodotto da spirali che ci avvolgono e ci attirano, catapultandoci nell’universo: immenso silenzio in uno spazio senza frantumi (Anche il mare ha la bocca muta, p. 39). Sembrano proprio i vortici del vento, gli abissi siderali dove il Poeta cerca la sua stella, impaurita e solitaria. Ed eccoci al titolo: un ossimoro bell’ e buono: Il vento restò senza respiro. Ma com’ è possibile? Proprio il vento che è soffio, fiato, vita! Allora cominciando e proseguendo nella lettura ci accorgiamo che questo è il libro degli ossimori.

La prima sezione s’intitola Il mistero della parola e ruota attorno alle immagini della parola intesa come cibo, alimento indispensabile per vivere: pane, spighe di grano, chicchi di melagrana. La parola è sacra (benedico le parole, p. 28) e può tutto: racconta la vita, la Bellezza, la fame, gli abissi, la luna, dà una svolta / a un volto che aveva perduto la vita (p. 34) e soprattutto nasconde la poesia sulla quale Giovanni Pistoia sempre s’interroga.
Il libro è dominato dalla parola SILENZIO. Il silenzio è un preludio di apertura alla rivelazione, apre un passaggio. Secondo le tradizioni, ci fu un silenzio prima della creazione, ci sarà silenzio alla fine dei tempi. Il silenzio dà alle cose grandezza e maestà e, dicono le regole monastiche, è una grande cerimonia. Dio arriva nell’anima che fa regnare in sé il silenzio. Ricordate la bella canzone dal titolo La voce del silenzio del 1968 cantata anche da Mina? Ecco, la seconda sezione del libro di Pistoia s’intitola La voce del silenzio. Il testo di Mogol e Limiti parla di una persona che vuole star da sola a pensare, ma nel silenzio troppe cose e troppi ricordi ritornano nella mente: volevo stare un po’ da sola / per pensare e tu lo sai / ed ho sentito nel silenzio / una voce dentro me (…). E ci risiamo, altri ossimori: monologo/bocca cucita, parola/silenzio e silenzio/voce, quando le parole silenzio/voce/parola non si trovano tutte riunite: Silenzio, ti affido le mie parole, / dalle voce come solo tu sai fare (Silenzio, p. 46). Ma sì, tutto sommato il silenzio ha una voce, la voce del silenzio…una voce interiore, muta. Il silenzio si accompagna alla SOLITUDINE: volevo stare un po’ da sola – continua Mina -, ci sono cose in un silenzio / che non m’aspettavo mai. Cos’ è che Giovanni si aspetta dal silenzio o che non si aspetta, visto che ne cerca la voce (p. 43)? L’amore, forse? Dio? Che arresti il tempo? Che sedi la noia? Che fermi i ricordi (È il ricordo l’unico antidoto / alla scomparsa eterna (Cosa vuoi che resti!, p. 65): cerca LA VITA e il suo senso. Qua e là un po’ di pessimismo e di amarezza per i vecchi compagni di scuola che non sono neanche più amici, il passato è cenere che scotta, il domani morde / il respiro (I vecchi compagni, p. 67), per i sogni che sono violati, per le emozioni più belle che si dileguano, qua e là lo sguardo triste al viaggio del giorno (Senza sapere perché, p. 35) oppure un po’ di spleen (L’alba di oggi, p. 57) nel denunciare lo spazio vuoto, sordo e ingordo che ha dentro o il labirinto che lo affonda. E’ che la vita è tutto e il contrario di tutto, veste, sveste, ci fa percorrere da fermo molte strade (ossimoro), raccontiamo tacendo (ossimoro), ci facciamo dei lunghi monologhi a bocca cucita (ma quanti ossimori?), ci fa annoiare e ci fa sperare, è urlo e silenzio, è pace e tormento. Divisi come siamo tra l’istante e l’infinito.
Ed arriviamo alla terza e ultima sezione E il vento restò senza respiro, dove più si moltiplicano gli interrogativi esistenziali. È il cuore del poeta agitato come il vento? In effetti come foglia / vinta mi affido al vento, dice Pistoia in “Il mio aquilone” di pagina 36: significa che il vento è una forza benigna. Il vento scompiglia l’anima costringendoci a metterci nudi davanti a noi stessi, a liberarci di ogni orpello. Vento o brezza o respiro: …la piccola pianta / adagiata sulla mia scrivania / in un angolo di stanza, / a respirami ogni silenzio (Piccola pianta, p. 51). Bellissima immagine: non dimentichiamo l’amore di Pistoia per la natura, presente anche in altre raccolte, ma qui è la pianta stessa che, umanizzata compagna, respira i silenzi del Poeta, li fa suoi…La pianta è viva presenza delle giornate di Giovanni, gli sta accanto. Respirare qui indica appropriarsi dell’anima. Il vento per sua natura implica agitazione (pensiamo alle parole di Giovanni quando dice…Il resto lo fa l’ansia, che agita, tormentando… (Cielo bianco, p. 54), è il soffio di Dio, ne è una manifestazione. In effetti il Poeta cerca Dio – la pazienza di cercarti – , lo invoca, lo ascolta, s’interroga, pone domande e non ottiene risposte (Dammi, o mio Dio, p. 55). Teme che Dio, così presente nella raccolta, sia indifferente, assente – cielo perverso -, che l’abbia abbandonato, che sia vento senza respiro. Senza vento (senza Dio), cresce veloce il deserto. Il vento di Pistoia non è violento o tumultuoso: sa essere anche mite oppure dispettoso, è appena un alito che accarezza, trasporta canti e tormenti d’amore.
Un’ ultima annotazioni: le poesie sono musicali, ritmate, ricche di rime, anche interne, e assonanze.

IL VENTO METTE IN FUGA LE FOGLIE

Il vento mette in fuga le foglie;
gli alberi, sempre più svestiti,
sono i muti testimoni del tempo.
Le vie s’incastrano tra anonimi
Edifici, che mostrano falsi colori.
Sui marciapiedi camminano ombre.
Sulla panchina un uomo assopito
Sa che il vento lo porterà via
Sulle ali dell’ultima foglia.
E il cielo fa finta di nulla.

Fausta Genziana Le Piane