Joseph L. Birman e la sua lotta per la libertà scientifica

 

Joseph Birman si è spento l’1 Ottobre scorso. Nato a New York il 21 maggio 1927, nipote di immigrati ebrei provenienti dalla Russia, nel 1943 si era diplomato alla Bronx High School of Science, per poi laurearsi in scienze al City College di New York e conseguire un dottorato in fisica teorica alla Columbia University nel 1952. Ha lavorato sulle proprietà ottiche dei semiconduttori ai GTE Laboratories a New York. Un decennio più tardi è diventato professore alla New York University e nel 1974 è passato alla facoltà del City College, dove è rimasto fino alla sua morte. Acuto anche sugli aspetti sperimentali, Birman ha dimostrato come la teoria dei gruppi può essere applicata per comprendere le transizioni tra fasi cristalline e per prevedere la dispersione della luce e altre proprietà ottiche dei solidi. Ma oltre ai suoi meriti scientifici, si è distinto nella difesa della libertà scientifica, utilizzando la sua posizione a sostegno di centinaia di scienziati.

In una lettera che indicava Birman quale candidato per il premio Andrei Sakharov dell’American Physical Society (APS), premio che identifica gli scienziati che si battono per i diritti umani, il fisico iraniano Hadi Hadizadeh ebbe a dire: “I suoi sforzi per liberarmi dalla detenzione e dall’isolamento a cui ero stato sottoposto nel 2001 non saranno dimenticati nè da me, né dalla mia famiglia, nè da molti scienziati in tutto il mondo”. Vincitore del premio Andrei Sakharov nel 2010, Birman fu felice di vedere il suo nome collegato a quello del noto dissidente sovietico e fisico nucleare. I suoi viaggi in Unione Sovietica iniziarono nel 1970 con inviti ufficiali della Soviet Academy of Sciences. Durante quei viaggi imparò a conoscere la situazione degli scienziati ebrei nel paese e ciò a cui venivano sottoposti: promozioni negate, divieto di viaggi all’estero, impossibilità di raggiungere posizioni di prestigio negli istituti di ricerca. La richiesta di un visto d’uscita, che raramente veniva concesso, spesso causava la perdita del posto di lavoro; proteste aperte portavano ad arresti e alla detenzione. Birman ha usato i suoi viaggi e la sua posizione per “sfidare” i capi delle istituzioni di ricerca sovietiche in favore degli scienziati catturati e sottoposti alle privazioni indicate. Grazie ai suoi sforzi e a quelli dei suoi colleghi, molti scienziati sovietici hanno evitato il carcere, nonostante i molteplici interrogatori del KGB, ed è stato loro consentito di lasciare l’Unione Sovietica.

Nei primi anni ’90, quando a molti scienziati in Russia è stato permesso di emigrare, Birman ha contribuito a stabilire il “Program for Refugee Scientists” negli Stati Uniti, raccogliendo soldi da fondazioni private. Ciò ha supportato “visiting positions” per più di un centinaio di scienziati arrivati nelle università statunitensi e ha dato loro anche la possibilità di ottenere posizioni permanenti nel settore industriale e nel mondo accademico. Birman ha inoltre giocato un ruolo cruciale, insieme con il fisico delle particelle Robert Marshak, nel recuperare una generazione di fisici cinesi bloccati nella rivoluzione di Mao Zedong negli anni ’60 e ’70. Durante questo periodo la maggior parte della ricerca scientifica si era fermata, e concetti nuovi come la teoria della relatività di Einstein venivano denunciati come “borghesi”, dirottando gli scienziati a fare lavori manuali in campagna. Nel 1983 Birman e Marshak si recarono a Pechino per conto dell’APS e firmarono un accordo con l’Accademia Cinese delle Scienze e del Ministero della Pubblica Istruzione che ha portato più di 60 fisici di mezza età a lavorare nei laboratori degli Stati Uniti per periodi da 1 a 3 anni. Molti leader della fisica cinese sono allievi di quel programma, e l’attuale cooperazione scientifica tra la fisica cinese e statunitense si è evoluta in gran parte partendo da allora. Quando la situazione è degenerata nel tragico periodo successivo alla protesta di piazza Tienanmen nel 1989, Birman indirizzò i suoi sforzi per ottenere giustizia per gli studiosi cinesi, facendo tutto quanto in suo potere per aiutarli su come gestire le loro carriere e fornendo contatti e raccomandazioni. Ha presieduto varie commissioni per i diritti umani all’APS, alla New York Academy delle Scienze e come vice-presidente del “Committee of Concerned Scientists” dedicato alla tutela dei diritti umani e libertà scientifica in tutto il mondo, scrivendo centinaia di lettere a capi di governo, re e capi religiosi. Birman ha incontrato Joan Sylvia Lyttle quando erano entrambi alla scuola di specializzazione; si sono sposati nel 1950 e hanno avuto tre figli. La moglie è diventata poi professore di matematica alla Columbia University. Il giorno prima della sua morte, Birman e Joan hanno passato ore a discutere di un’idea della moglie sulla topologia in relazione al suo modello su come la fase di una particella è influenzata dalla sua traiettoria nello spazio. Per quanto Birman abbia amato la fisica, riteneva infinitamente più importante l’opera svolta in favore dei diritti umani e sociali dei suoi colleghi nel mondo; con la sua azione egli ha toccato e lasciato un segno incancellabile in numerose vite umane (Nature, Vol. 539, Nov. 2016).