La fine del nostro tempo. La teoria del “soggetto di massa”

cop_1000_4_di Riccardo Narducci, Scienze delle Comunicazioni, Università degli Studi Roma Tre. 

In un’epoca post-moderna come la nostra in cui il decorrere della crisi economica ed i tentativi di reazione si susseguono, non sempre ci è chiaro il nuovo ruolo dell’uomo nella società. Il modo in cui si è adattato e ambientato nella crisi, ed i suoi tentativi di iniziare percorsi di progresso verso nuove sfide che possano essere trampolini di lancio per l’uscita dalla crisi economica. Una crisi che sembra presentare varie sfaccettature, toccando cosi i vari ambiti della vita di una persona. Pochi saggi di filosofia recenti racchiudono forti contenuti psicologici e di scienza comunicativa; ancora meno presentano un successo editoriale rilevante. L’interesse della critica, soprattutto di quella universitaria, è spesso legata a correnti interne dell’Accademia e non si incontra, spesso, con il reale valore di un’opera. Ciò non riguarda il caso editoriale dell’anno scorso che, ancora oggi, non smette di interessare specialisti, cultori e semplici interessati. Mi riferisco alla Teoria del Soggetto di massa, presentata per la prima volta ne La fine del nostro tempo, trattato del filosofo Danilo Campanella.

Il successo del saggio consiste probabilmente nell’aver annunciato la necessità di un «nuovo umanesimo», definito come la «terza via» ossia una mediazione tra il liberalismo e il socialismo. Nella società i diritti umani sono il perno fondamentale e l’individualismo, tipico del pensiero liberale, viene bilanciato da principi di collettività e di solidarietà. Questo orizzonte, sociologico e filosofico-politico, costituisce il nucleo di fondo del volume La fine del nostro del tempo, in cui l’autore, alla luce di un’accurata analisi storica, richiama il primato dei diritti fondamentali connaturati nella persona e il primato del personalismo come prospettiva sociale, etica, culturale e politica, come ben sottolineato dal filosofo Andrea Gentile, docente associato presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi.

Come il prof. Gentile riporta nell’introduzione al trattato, il volume è strutturato in tre parti: Potere e consenso; Fenomenologia del soggetto di massa; Tempi nuovi si annunciano, con l’aggiunta di un’ulteriore sintesi ne La terza via (appendice finale). All’interno di questa articolazione complessiva, nella terza parte del saggio, vengono formalizzate delle risposte reali e concrete al problema della crisi contemporanea e sono enucleati nuovi modelli e alcune interessanti teorizzazioni innovative come: la «teoria del soggetto di massa», la «teoria della spersonalizzazione progressiva» e la «teoria dell’apparato comunitario».

La strutturazione del saggio presenta alcune tematiche invero non nuove nel panorama della filosofia politica, né della filosofia del diritto. L’ispirazione a Wilhelm Röpke e a Emmanuel Mounier (per altro citati) è molto presente nel trattato, come anche l’accenno a un certo personalismo che, pur volendo essere realista, non esce fuori da un certo esistenzialismo ottocentesco, il cui eco è molto forte nelle pagine del Campanella. Ciò che rende diverso “La fine del nostro tempo” dagli altri saggi, e ciò per cui si è lungamente dibattuto nei circoli, nelle conferenze, nei dibattiti, nelle tavole rotonde, è dato dalla creazione di due nuovi concetti dottrinali: “Soggetto di massa” e “Teoria della spersonalizzazione progressiva”. La prima è una teoria psicologica a dire il vero già presente nel panorama della psicologia di massa contemporanea, benché il Campanella la traduca in termini politici, con l’uso della filosofia, in modo più esauriente rispetto a tanti psicologi

Per la verità ciò che è apparso come una novità vera e propria è stata la teoria del soggetto di massa. Campanella parte dal seguente presupposto storico:

“Il potere politico, in tutte le sue varianti, ha dovuto adattarsi alle “dinamiche indipendenti” della storia, applicando dei metodi di controllo sempre differenti; ha avuto bisogno di plasmare i sudditi, nei periodi di regime monarchico, attraverso specifiche qualità: dovevano essere leali, coraggiosi, dediti a un codice d’onore, rispettosi delle classi superiori, attraverso la “costruzione” di soggetti che si prestavano bene sia a sacrificarsi in guerra sia ad abbracciare l’aratro nei periodi di pace. I regimi teocratici hanno plasmato, attraverso la fede, la carità e l’umiltà, un altro tipo di soggetto: il fedele. Successivamente, si è passati dal feudo al commercio, dal lavoro nei campi a quello nelle città, dall’agricoltura alla fabbrica e, infine, all’impresa. Con l’avvento del capitalismo, il sistema mercatista si impegnerà nel plasmare un nuovo tipo di fedele-suddito: il consumatore. Per gran parte della storia umana le società si sono basate sulla disciplina e il loro culmine si ha tra il XVIII e il IX secolo[1] (…) Noi siamo il più grande prodotto dell’ingegneria del nostro tempo”

continua il filosofo, per poi aggiungere: “ Al soggetto di massa è stata tessuta addosso una personalità, sia individuale che collettiva, atta a integrarlo all’interno del sistema politico; se ci riflettete sopra, noterete che un ruolo similare lo avevano assunto, in precedenza, i partiti politici che, in Europa, dominarono per circa un secolo”[2].

Dunque, posto che la persona sia un soggetto autocosciente, il soggetto umano individuale, la politica, alleata con il mercato e grazie alla tecnologia, ha plasmato un modello umano simile a una formica, connesso con gli altri individui, un soggetto nato non per se stesso ma per il suo collettivo. Il soggetto di massa, appunto:

“La tecnologia delle comunicazioni, al servizio della politica, ha costruito una società in cui è potuto instaurarsi un nuovo e più avanzato tipo di potere. Eppure ciò non sarebbe bastato a realizzare il perfetto controllo dell’individuo nella società massificata, costruendo così un vero e proprio “soggetto di massa”. Per chiudere il cerchio occorreva un meccanismo, all’interno del “sistema aperto”, che consentisse al cittadino di auto-limitarsi”[3].

Ciò che interessa peculiarmente la sociologia e le scienze delle comunicazioni è la linea che Campanella traccia tra mass media e libertà personale dell’individuo, anzi, della persona. Il Quarto potere è così forte nell’epoca postmoderna da riuscire a plasmare un nuovo tipo di essere umano, antropologicamente diverso (come viene altresì riconosciuto nell’eminente Rivista di Sociologia), grazie alla costruzione di una coscienza collettiva che parte dall’aberrazione della natura originaria dell’uomo. In tal senso Campanella si scontra in una parziale polemica col Sartori, il quale nella sua teoria dell’Homo Videns parla di decostruzione, mentre Campanella si riferisce ad una costruzione progressiva e silente, non ex novo, ma che soffoca la natura originaria della persona parzialmente formata o non ancora formata, in modo tale che essa non saprà mai veramente chi è.

Tale studio si pone certamente come una novità nel panorama della psicologia sociale e della filosofia politica, ma anche un pregevole contributo alla ricerca, riguardo i temi trattati nel testo, già conosciuti, ma riportati in chiave sicuramente nuova e più schietta: Campanella non utilizza sotterfugi retorici o sottigliezze filosofiche per dirci come stanno le cose, ma indica il re, nudo, così com’è. Anche se, spesso, veniamo convinti che sia ben vestito.

 

[1] Danilo Campanella, La fine del nostro tempo, Dissensi 2015, p. 79.

[2] Ibidem., p. 88.

[3] Ibid., p. 90.