Serena Maffia: libera i fiori dal cemento

BluSerena Maffia: libera i fiori dal cemento

Che cosa succede se la Regina Madre incontra la Regina Consorte di Re Artù e se la mamma incontra la figlia? Conflitto? Amore? Rivalità? Tutto si ricompone se c’è un ulteriore ed ultimo abbraccio, quello con la poesia, terza entità femminile.
Cominciamo dal titolo (peraltro la copertina è magnifica): Blu, che è anche il titolo di una poesia (p. 12), è il nome che Serena avrebbe voluto dare alla figlia, lei, sì, cielo, in simbiosi con la mamma che pure quello stesso mistero abita. Il blu è il più immateriale dei colori (non è di questo mondo), il più puro, è onnipresente in natura, e in particolare nel Mediterraneo. A forza di essere onnipresente e benvoluto da tutti, il blu è il colore più giudizioso di tutti. Il suo movimento per Kandinsky è contemporaneamente un movimento di allontanamento dell’uomo e un movimento diretto unicamente verso il proprio centro che, tuttavia, attira l’uomo verso l’infinito e risveglia in lui il desiderio di purezza e una sete di soprannaturale.
Quanta verità in questo libro che certamente non è il primo né a narrare vite di donne (Maupassant, Una vita; Annie Ernaux, Una vita di donna; Francesca Sanvitale, Madre e figlia), né ad essere dedicato da una madre alla figlia. E forse per capirne a fondo la valenza bisogna leggere la lirica dal titolo Mi sbriciolo in madre (p. 28) in cui lei, Serena, si definisce la regina del pane. Bellissima immagine, bellissima metafora: il pane, e subito se ne sente il profumo buono, il sapore fragrante e gustoso, il pane che è vita, sostentamento, quotidianità, vita attiva, simbolo di nutrimento essenziale. E’ la madre il pane di cui la figlia si nutre e dunque ecco che la metafora continua e che il pane si sbriciola e Serena diventa la madre che nutre. Torna spesso l’immagine delle briciole, delle molliche (da quella che sono, che ti cresce con latte e mollica – Tanto grano ti voglio, p. 9), di queste piccole quantità di amore, di queste continue dosi di cure che le madri danno attimo dopo attimo, gettate, sparse senza stancarsi mai: lanciare briciole come manna dal cielo (Blu, p. 12). Nutrimento, è chiaro, che non è solo quello alimentare ma è anche spirituale e tanto altro: figlia-gioia, figlia-futuro, figlia-sorriso, figlia-tenerezza, figlia-letizia.
Si fa piccola la madre per la sua creatura (io piccola, lei grande – Credo, p. 29), creatura nella quale si specchia tornando a sua volta bambina, le mani sfuggenti, le gambe sottili, le spalle incassate, si sente bambina nella speranza e nei sogni, si rivede mentre gioca (Imprigionata dai muri della casa, p. 11; Di me resta l’infinito, p. 17): la femminilità si specchia e si ritrova all’infinito, mi ritrovo donna…attraverso la figlia, attraverso la madre. Perché il rapporto madre-figlia (figlia che oggi piangi, domani sarai donna – Ho bisogno di un arcobaleno, p. 25), è sempre un rapporto a tre dove trova posto anche la madre della madre (Ritrovare i gabbiani, p. 27): figlia e madre / sorprendo nel cortile nonna e bambina (Piediluco, p. 20); mia madre dal pavimento del balcone / sdraiata a rinfrescare…mia madre in casa a rimuginare (Il giardino di cemento, p. 21) e ancora: Ritrovare i gabbiani / negli occhi di mia madre / questa è poesia. Ecco la chiave di volta per capire che cosa è la poesia, che cosa è la vita: la poesia sceglie di raccontare la vita, i sentimenti, gli ideali, la storia – la propria e quella delle donne -, i ricordi, i bisogni, i propri “credo” (Credo, p. 29) nell’amore, nella poesia, nell’universale / come principio dell’esistenza: – Mamma perché piangi? – mi chiede la figlia. / – Prendi questo martello e quando nessuno ti vede / fa come la mamma, libera i fiori dal cemento (Il giardino di cemento, p. 22).
Nel serrato e tenero dialogo con la figlia, Serena si interroga sul suo passato, passato che naufraga, riflette sui cambiamenti, sul presente che, da quando c’è la bimba, è fatto di sole e di amore corrisposto.
Sullo sfondo, appena accennata, la Calabria, dove c’è tutta la poetessa, luogo di memorie e d’infanzia (Il giardino di cemento, p. 21) nelle cui Cime tempestose, Serena è Catherine, dura, sel-vaggia, indocile lupa ammaestrata, ribelle come le sponde dello Jonio (Fiera, p. 24), salda, amante degli elementi naturali, che si perde battuta dal vento.
Su tutta la raccolta troneggia la metafora del letto: quello dei genitori in cui ognuno di noi si è raggomitolato, rifugiato in cerca d’amore, di calore, di sicurezza (mi cerchi nel letto per sentirti sicura – Tanto grano ti voglio, p. 9) ma talvolta anche letto di solitudine. Il letto è il simbolo della rigenerazione nel sonno e nell’amore; è anche il luogo della morte. Il letto della nascita, il letto coniugale, il letto funerario sono l’oggetto di tutte le cure e di una specie di venerazione: centro sacro dei misteri della vita, della vita nel suo stato fondamentale.

Fausta Genziana Le Piane

Serena Maffia, Blu, Marco Saya Edizioni, 2016
Michel Pastoureau, blu, Storia di un colore, Ponte alle Grazie, 2010