Lezione di yoga

di Giuseppe D’Antuono.

-      Hola muchachos.

E’ il mio maestro di yoga che così saluta noi allievi, è entrato nella sala dove tiene le lezioni. Siamo una ventina di persone, quasi tutte di sesso femminile, i maschi siamo meno di un quarto. La lezione è quella delle 13,30. Le nostre comode tenute, più o meno confacenti alla bisogna, sono le più svariate; le buffe brache bianche indiane, larghe in vita e strette alle gambe, i fusò attillati, anche pantaloncini corti o il sotto di una tuta da ginnastica abbinato con il sopra, una normale maglietta a mezze maniche, la t-shirt bianca, recante il logo SOHAM del centro yoga.

I teli, che delimitano il nostro spazio, sono ancora più variegati, da spiaggia di varie forme e dimensioni, la semplice tovaglietta asciuga sudore o qualcosa di più appropriato come quelli del maestro e della sua assistente. Questi ultimi sono di cotone o lana grezza con la greca, di dimensioni enormi ed hanno bisogno di doppia e quadrupla piegatura, per una precisa centratura sul tappetino di gomma, che rende più confortevole muoversi sul pavimento di marmo. Questa operazione di piegatura e centratura, con la conseguente valutazione del risultato, avviene davanti agli occhi di noi allievi, nell’attesa di recitare “Om shanti om” di inizio.

I tappetini di gomma, messi a disposizione dal centro, hanno delle piegature predisposte, per consentire un facile riavvolgimento che ne minimizza l’ingombro, eppure sono pochi quelli che riescono ad avvolgerli secondo il giusto verso.

Quando ho cominciato a praticare lo yoga, cinque anni fa, il centro si trovava in corso Manthonè, una moquette grigia copriva tutta la pavimentazione. Gli ambienti, non erano eccellenti, ma c’era un’atmosfera molto coinvolgente che ben predisponeva il frequentatore. Già nelle scale sentivi il profumo di incenso, il misticismo era palpabile, la semplicità era la chiave di tutto. Le scarpe erano in fila sul pavimento all’ingresso, le tende separavano gli ambienti, i rumori attutiti, la luce calda e morbida. Anche l’odore del cibo, che a volte si sentiva, accentuava ancor più la buona accoglienza che, chi entrava, avvertiva subito. L’incenso non era un vezzo esotico e stravagante ma un omaggio ad un culto, di questo si trattava, il culto dello yoga con i suoi santoni a cui, nella sala delle lezioni, era dedicato un altarino ed il maestro era l’officiante.

Qui, nei locali della Galleria del Circus, dove il centro si è poi trasferito, alcune di queste cose non ci sono. Qui si pratica l’esercizio dello yoga, non il culto. E’ sparito l’altarino, poteva anche essere inquietante per qualcuno, non c’è più l’incenso che può disturbare altri, ci sono i diffusori di essenze, le scarpe non più in fila ma c’è una scaffalatura e sacchetti colorati per contenerle. Locali confortevoli destinati alle varie funzioni. Una sala per le lezioni, ampia e luminosa con modernissimi punti luce a sfere. Tutto è moderno e funzionale, anche con la perdita d’acqua che c’è in un punto del soffitto che, in alcune occasioni, ha dato l’estro a profonde riflessioni.

Il mio maestro, menomale, è lo stesso, Daniel, un quarantenne, argentino, piccoletto, compatto come un metallo e fluido come un liquido. La sua bravura ed efficienza corporea, la naturalezza con cui esegue le posture, pur continuando a respirare e parlare, come se non stesse facendo altro, incanta e meraviglia. Vederglielo fare sembra tanto facile, ma poi ci provi ed affanni e soffochi, già solo a piegare la testa all’indietro e lui che ti chiede di poggiare il punto più vicino alla fronte. Mi stupisco nel guardare le sue dita dei piedi che muove come io muovo quelle delle mani quando conto da uno a cinque e viceversa.

Guardando lui e gli altri allievi capisci però che, pur nei tuoi limiti, con l’applicazione puoi migliorare te stesso. Spesso mi sono compiaciuto dei miei progressi, ora non più, mi sento come arrivato ad un traguardo, oltre non vado ed allora presto un po’ più attenzione ai suoi sermoni. Prima, quando cominciava con i soliloqui, mi isolavo, come si dice, pensavo ai fatti miei. Eppure lo yoga non è solo esercizio fisico, è una dottrina con i suoi insegnamenti da applicare alla vita e che aiutano a prendere coscienza di sè.

 

La semplicità dei suoi insegnamenti è sconcertante.

-      Sei tu l’artefice dei tuoi guai, non dare ad altri colpe che sono solo tue.

-      Gioisci nel soddisfare anche i tuoi bisogni animali come respirare, nutrirsi, evacuare, accoppiarsi.

-      Fai in modo di star bene fisicamente e mentalmente, dopo potrai essere di utilità agli altri.

-      Sii tollerante, non giudicare.

-      Agisci e fallo al meglio, non preoccuparti del risultato.

-      Non guardare sempre dalla stessa prospettiva, rinnovati ogni volta.

Sono veramente veritieri e facili da applicare questi insegnamenti, quando a farlo devono essere gli altri. Se li rivolgiamo a noi invece sono incomprensibili, c’è sempre qualcuno realmente colpevole dei nostri errori, che ci ha fatto sbagliare. Tutto ci è dovuto, tutto è dato per scontato, come star bene in salute, anche se poi facciamo poco per conservarla. Siamo facili a giudicare e condannare, ancor più quelli che ci stanno vicini, che ci vogliono bene. Ci interessano solo i risultati, il raggiungimento del traguardo, e non viviamo il percorso che facciamo per arrivarci, che deve essere realizzato col massimo impegno, al meglio delle nostre capacità. La consuetudine ci tranquillizza, il nuovo ci disorienta anche se, già solo guardare da un diverso punto di vista, può dare una visione nuova delle cose.

Pur ammirando il mio maestro per quello che dice, e per quello che è, e che fa, capita di spazientirmi, di sentirmi disturbato, scosso nella mia tranquillità, avendo come solo obbiettivo l’elasticità del corpo. Ma la salute fisica va curata insieme a quella mentale ed alla mente si arriva con le parole. E’ con esse che lui cerca un contatto con ogni uno di noi.

Le mie più grosse difficoltà sono – controllare il respiro – trovare l’equilibrio – tenere gli occhi chiusi. A proposito dei miei occhi che non stanno chiusi – Cosa va a fare il maestro quando, anche per solo pochi secondi, esce dalla sala lasciandoci a respirare e meditare?

L’altra sera per desiderio di conoscenza e di completezza nell’insegnamento, sono andato alla meditazione del giovedì.

Impegnato come ero a capire e capirmi, aspettavo chi sa cosa, invece era tutto normale. Una diecina di persone, alcune a me note almeno di vista, si preparavano a fare qualcosa.

A mia sorpresa, piacevole e tranquillizzante, era ricomparso l’altarino con il santone ed il simbolo 3T dello yoga.

Il tempo che il maestro si è mentalmente liberato dal ruolo di insegnante, aveva appena finito di fare una lezione, e ci siamo radunati.

Io mi sono tenuto un po’ in disparte,nel ruolo dell’uditore o spettatore e per tenere la schiena poggiata al muro, per non stancarmi. Il maestro, prima di cominciare, mi ha parlato per introdurmi e facilitare la mia partecipare. Non ho compreso il suo linguaggio, ma mi ha colpito il suo stato d’animo. Al momento l’ho definito rassegnazione, invece era “presa di coscienza” che è accettazione, distacco, tranquillità, sicurezza, pace. E’insomma tutto quello che noi ambiamo essere.

Per trovare l’unione, tutti insieme hanno recitato dei mantra, conosciuti anche da me, se non nelle parole, nel suono, ed a modo mio, mettendoci impegno, ho partecipato alla recita. Faccio enorme fatica a cantilenare qualcosa che non capisco.

Ho avvertito che stavo partecipando ad un rito propiziatorio, prima di entrare nel culto. Anche la religione cattolica ha la litania dei santi che viene fatta a due voci, quella era all’unisono, incomprensibile anche per la lingua, ma foriera di pace.

Poi, secondo il grado di meditazione raggiunto, ognuno si è “aperto” o “chiuso” alla conoscenza di sè.