Dalla torre d’avorio a quella di Babele. La comunicazione della scienza

di Nicoletta Guaragnella.

I mass media, negli ultimi tempi, ci forniscono di continuo spunti di riflessione sul tema del controverso rapporto tra ricerca scientifica, comunicazione e decisioni politiche: dal calo dei vaccini alla carne “cancerogena”, dall’autorizzazione ai “novel food” alle scelte nazionali e comunitarie sugli OGM. Una serie di casi che in qualche modo hanno fatto storia – o, meglio, una cronaca spesso imperfetta – sono affrontati nel libro “Parola di Scienziato. La conoscenza ridotta a opinione” a cura di Marco Ferrazzoli e Francesca Dragotto (Universitalia): vaccini, biologico, sperimentazione animale, terremoto dell’Aquila, Lhc, global warming, omeopatia, Stamina. Gli autori conducono un’analisi puntuale e sfaccettata sul tema, centrale, della crisi della conoscenza in generale e della scienza in particolare: crisi di contenuti, soggetti e ruoli legati al mondo della ricerca, evidenziando pratiche sbagliate e soluzioni possibili.

Paroladiscienziato-205x300Il messaggio è chiaro: oggi gli scienziati non sono più da soli, ma si confrontano con un pubblico variegato composto da decisori politici, finanziatori pubblici e privati, cittadini, divisi tra lettori, spettatori e surfers del web. In questa cornice di soggetti coinvolti, il ruolo di volano e amplificatore svolto dai mezzi di comunicazione e in particolare dai giornalisti diventa essenziale. Da queste premesse emerge la necessità di realizzare un dialogo sinergico tra i soggetti coinvolti, che coniughi correttezza, concisione e chiarezza. Pratica non sempre facile, a causa di responsabilità che vanno spartite equamente tra mass media, pubblico e comunità scientifica, stakeholder differenti per impostazioni culturali, linguaggio e approccio.

Nel libro – che sarà presentato il prossimo primo dicembre presso l’Area della ricerca CNR di Bari – si riportano alcuni esempi negativi ma anche positivi: dal Bosone di Higgs che, nonostante la complessità della fisica delle particelle, ha ottenuto un importante successo popolare, comparendo tra le notizie recenti più interessanti indicate da alcuni giornalisti scientifici nell’anno 2012, fino al rischio “non calcolato” del terremoto dell’Aquila, conclusosi in primo grado con la clamorosa condanna per omicidio colposo plurimo dei tecnici e scienziati membri della Commissione Grandi Rischi. A dare la copertina al volume, con una tag cloud di Davide Vannoni, il cosiddetto metodo Stamina, caso in cui la forte componente emotiva ha prevalso sulle ragioni scientifiche, riuscendo ad influenzare in modo clamoroso l’opinione pubblica.

In tutti i casi, la difficoltà è sfuggire al paradigma della notizia che “guida” l’informazione scientifica. La necessità di trasformare ogni scoperta in applicazione fruibile e immediata spendibile mediaticamente presso il grande pubblico ha inevitabilmente favorito le pratiche di deformazione dei contenuti scientifici e amplificato i vizi della comunicazione. Se la ricerca scientifica è un processo contrassegnato dal ragionamento e dal confronto, la cronaca giornalistica punta sul sensazionalismo o sullo scoop, che in ambito scientifico resta una rarità. Con queste considerazioni, gli autori non intendono redarguire la stampa, né tantomeno sostenere il pregiudizio per il quale è sempre colpa dei giornali, piuttosto precisano: “Bisogna distinguere – come chiarisce Ferrazzoli nell’ introduzione – tra la generica comunicazione e l’informazione, cioè la trasmissione mediatica di qualunque contenuto, in esponenziale amplificazione dopo il Web 2.0, e la parte riservata ai professionisti, che versa in una crisi conclamata. Al progressivo assorbimento della seconda nella prima, i giornalisti dovrebbero rispondere giustificando la propria specificità con la qualificazione professionale, che, spesso, non è adeguata”.

Cosa è accaduto? Dai tempi in cui si parlava di “verità” scientifica, univoca, oggettiva e tale, per usare la definizione di Galileo Galilei, in quanto verificabile e dimostrabile? In passato e fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, nell’immaginario collettivo, lo scienziato è stato il depositario di certezze inconfutabili derivate da un’attenta e onesta osservazione, sperimentazione e interpretazione della natura. Rispetto, credibilità e fiducia da parte dell’intera collettività nei confronti dei ricercatori erano tassative e nessuno si sarebbe permesso di entrare nel merito della elaborazione di teorie e scoperte. Proprio in ragione della netta separazione tra gente comune e studiosi, anzi, questi ultimi si sono concessi per lungo tempo il privilegio di rimanere isolati in una turris eburnea, riducendo al minimo scambio e interazioni con la massa. A distanza di 50 anni, lo scenario e i suoi attori appaiono cambiati in maniera significativa: più che d’avorio la torre è diventata di Babele, popolata da una moltitudine di nuovi interlocutori, tra loro diversi che il più delle volte non parlano la stessa lingua; alle leggi della natura che governavano gli scienziati si sono aggiunti i mezzi di comunicazione e i giudizi critici della gente; le ragioni che muovono la ricerca spesso si perdono tra interpretazioni sbagliate o esemplificazioni eccessive, scontrandosi con l’ignoranza diffusa e generando conflitti; la conoscenza, considerata un valore intangibile, e la parola dell’intellettuale rischiano di essere ridotti in mere opinioni e pareri.

“Così è (se vi pare)”, potremmo dire ricordando la trama della celebre opera teatrale di Luigi Pirandello, in cui l’autore affronta il tema dell’inconoscibilità del reale. Una famiglia miracolosamente scampata al terremoto della Marsica si trasferisce in una cittadina di provincia e diventa oggetto di interesse e discussioni. Ognuno degli abitanti del paese costruisce una storia e la condivide con gli altri, ritenendola vera. È inutile affannarsi alla ricerca di una verità assoluta, che non esiste, e lo è altrettanto tentare di dipanare il groviglio delle molteplici verità esistenti, perché ogni uomo ha la propria. La visione pirandelliana richiama al concetto di verità relativa, l’enigma resta irrisolto.

Le buone pratiche della disseminazione scientifica e culturale non possono prescindere dagli ambiti disciplinari, dalle figure capaci di interpretarle, dall’incalzare della cronaca e, ovviamente, dagli strumenti utilizzati. Da questi elementi dipendono gli effetti del processo comunicativo, che per diventare “condizione essenziale per capire e quindi per partecipare”, richiede che tutti gli attori, nessuno escluso, compiano un passo indietro rispetto ai loro pregiudizi e uno in avanti per procedere verso l’obiettivo comune di colmare la distanza tra scienza e società. Non è un traguardo facile e i ricercatori in primis ne sono consapevoli. Un’indagine del gruppo di Comunicazione della Scienza ed Educazione del CNR ha rivelato che il 48% dei ricercatori trova difficile esprimersi in modo chiaro e semplice; il 44% lamenta l’imprecisione dei mass media; e una quota del 31% ritiene impreparati i cittadini comuni.

Le difficoltà sollevate dai ricercatori troverebbero una prima risposta nelle parole del filosofo e saggista spagnolo Josè Ortega Y Gasset: “L’interpretazione scientifica del mondo si nutre e riposa su una [scoperta] primigenia, cioè il linguaggio, la scienza attuale non potrebbe esistere senza il linguaggio, non tanto né solamente per l’ovvia ragione che fare scienza è parlare, ma al contrario perché il linguaggio è la scienza primitiva”. La scoperta scientifica si specchia nel linguaggio e la sua comunicazione ha il compito di interrogarsi sulla relazione fra la forma attraverso cui si esprime – ovvero il linguaggio – e il contenuto che vuole veicolare e che viene concepito e strutturato in un linguaggio specialistico. Ma per la maggior parte della gente comune, il discorso scientifico rimane incomprensibile.

Eppure, il progetto di costruire un linguaggio scientifico universale affonda le sue radici già tra il XVI e il XVII secolo: lo scienziato, consapevole del suo nuovo ruolo di assertore del “sapere”, unisce idealmente il proprio sforzo intellettuale e di ricerca al lavoro dei colleghi, in una collaborazione volta alla diffusione (che oggi diremmo “globale”) delle nuove conoscenze. Per fare questo, però, il linguaggio scientifico deve perdere staticità e svilupparsi sulla conoscenza del proprio tempo. La difficoltà di esprimere concetti complessi in forme, immagini e metafore della vita quotidiana che possano essere percepite almeno in teoria dalla gente comune e/o utilizzati in pratica è la sfida alla base di una autentica cultura della scienza.

Diceva Sartre che sono le parole a “creare” gli oggetti. Questa apertura della cultura scientifica a modalità diverse di rappresentazione potrebbe diventare una risorsa collettiva per aumentare la fiducia nella conoscenza e colmare il gap oggi esistente con la società. La fiducia nella ricerca da parte dei cittadini comuni risulta offuscata anche dalla preoccupazione di parte dell’opinione pubblica per gli effetti reali o potenziali di molte scoperte e innovazioni, al punto di mettere in crisi la stessa idea di “progresso”. È per queste ragioni che oggi si dedica grande attenzione a migliorare la “comprensione pubblica della scienza”, che i paesi anglosassoni hanno identificato nel movimento del Public Understanding of Science. E che, tra i principali obiettivi strategici del più grande programma mai realizzato dall’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione, Horizon 2020, si indica la necessità di sancire una collaborazione efficace tra scienza e società per sposare l’eccellenza della prima alla consapevolezza e alle responsabilità della seconda, a sostegno di progetti che coinvolgano il cittadino nei processi della ricerca che influenzano la vita di tutti i giorni. A quel 31% di ricercatori che ritengono impreparati i cittadini comuni rispetto ai temi della scienza, Thomas Jefferson, matematico di formazione prima che Presidente degli Stati Uniti, avrebbe replicato: “Non conosco alcun depositario certo dei poteri ultimi della società che non sia il popolo stesso, e se noi non lo crediamo sufficientemente illuminato da esercitare questo controllo con salutare giudizio, il rimedio non consiste nel rimuovere l’esercizio di quel potere, ma nell’informare meglio il suo giudizio”.

Se è vera, dunque, la la prevalenza nella società di opinioni e luoghi comuni sostenuti con argomentazioni grossolane, è altrettanto vero che la divulgazione della scienza è una sfida senza alternative dalla quale non ci si può esimere. Nel 1948 i padri costituenti ne erano coscienti, come evidenzia Ferrazzoli nella sua introduzione “Teoria e Tecnica della divulgazione della conoscenza”: il valore culturale e concreto, quindi sociale, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica è un fondamento della nostra stessa idea di civiltà.

 

Bibliografia

Marco Ferrazzoli, Francesca Dragotto. Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione.

Luigi Pirandello. Così è se vi pare.

Pietro Greco. Le basi per una società democratica della conoscenza. Scienza in Rete.

Daniele Gouthier, Elena Joli. Le parole di Einstein. Comunicare scienza fra rigore e poesia.

John Ziman. Natura e modelli operativi della prassi scientifica.

Pino Donghi. Sui generis. Temi e riflessioni sulla comunicazione della scienza.