François Vatel. Scenografie di una vita

001-vatel-theredlistdi Angelo Ariemma, Centro di Documentazione Europea Altiero Spinelli, c/o Università di Roma Sapienza

 

PROLOGO

Il mio nome è Vatel, François Vatel. Maestro delle cerimonie del Principe di Condé, un anziano guerriero, ormai gottoso e completamente indebitato, ma ancora desideroso di guidare l’esercito del Re nelle sue guerre per imporre l’egemonia della sua casata su tutta l’Europa. Avevo sotto di me cuochi, sguatteri, stallieri e altra servitù che mi chiamava maîtremaître il y a besoin du vin, maître il y a besoin de bugies, maître il y a besoin de vous, le Prince vous commande; signore delle cucine e delle stalle, servo nelle stanze di Palazzo.

La visita del Re con tutta la sua Corte era imminente, la politica richiedeva una guerra contro l’Olanda: ragioni di Stato o semplici ragioni di offesa alla personale dignità del Re? Chissà! Non badavo alla politica, il mio compito era preparare pranzi gustosi, feste incandescenti, balli eccitanti, e chi se ne importava se qualcuno dei miei stallieri affogava nel fiume o restava storpiato per soddisfare la magnificenza del Principe.

Proprio questa magnificenza doveva essere la molla per convincere il Re ad affidare al Condé il comando delle truppe per la prossima guerra, altrimenti i debiti che lo assillavano non gli avrebbero più permesso quella vita di magnificenza e di spettacolarità. Proprio io ero la persona che aveva in mano il destino del Principe ed erano mesi che pensavo ad organizzare pranzi e giochi per allietare il soggiorno del Re a Chantilly. Il prato era stato rasato, il parco si abbelliva dei suoi profumi primaverili, le stanze erano state pulite, lucidate le posate, ed io avevo incipriato la mia parrucca, quella che indossavo quando, seduto su uno scranno e munito di cannocchiale, controllavo a distanza lo svolgersi dei pranzi e delle feste, badando che tutti fossero soddisfatti e nessuno eccedesse nei piaceri al punto da disturbare gli altri invitati o da creare situazioni spiacevoli.

 

CORTE

Mercoledì era il giorno previsto per l’arrivo della Corte Reale, ed ecco di buon mattino il Gran Condé nel giardino del Palazzo col suo abito di gala inghirlandato dalle numerose medaglie, testimonianza del suo valore guerriero e della benevolenza del Re, ritto in piedi, nonostante la gotta desse i suoi attacchi lancinanti, gonfiando il piede che pulsava dolorosamente in quelle scarpine da cerimonia. Dietro, tutti i valletti erano pronti a inchinarsi alle Reali Maestà; al termine della fila schierata c’ero io, François Vatel, maestro di cerimonie, cuoco sopraffino, dispensatore di eleganza, di gioia e di gusto; anch’io con la mia marsina ben appuntata sul mio corpo robusto, con la bella parrucca bionda che mi accarezzava le spalle, ero in attesa. Finalmente s’ode lo scalpitio dei cavalli che trottano dal parco verso il giardino, il cigolio delle ruote delle carrozze è sempre più percettibile, sullo sfondo appaiono le carrozze decorate maestosamente, i valletti a cavallo le scortano, giungono davanti al Palazzo e si fermano: ecco scendere Sua Maestà il Re Luigi XIV, poggia il bastone sul prato, i suoi piedi lo calpestano con regalità, si lascia salutare; accanto la consorte; quindi il giovane fratello accompagnato dai paggi, con i quali si diverte in motti salaci; dietro duchi, conti, marchesi, profluvio di cappelli piumati, di bastoni dai pomi dorati, di marsine multicolori; ed ecco le signore: dame di compagnia della Regina, concubine del Re: Madame de Montespan, Madame de Maintenon, Madame de Montausier.

Chi era costei? Che quasi timidamente avanzava sul prato incerta, guardandosi intorno, come a cercare qualcosa di amico. Un gran cappello poggiato di traverso sulla piccola testa bionda, le faceva ombra sugli occhi, che tuttavia, luminosi, dardeggiavano tutt’intorno la loro luce, mentre i bianchi denti si mostravano tra il rosso delle labbra dolcemente socchiuse in un limpido sorriso che disegnava due fossette bambine sulle guance; perché mi guardò e mi sorrise? O forse era solo il mio desiderio di specchiarmi in quegli splendidi occhi color del mar di Bretagna? La Corte entrava nel Palazzo seguita dal Principe col suo seguito ed io restavo lì: dovevano essere giorni di festa magnifica, la mia arte doveva profondersi in cibi delicati e squisiti, in addobbi stupefacenti, in spettacoli strabilianti, non per il Condé, non per il Re, ma per lei, per Anne de Montausier, perché François Vatel si era innamorato.

 

CHANTILLY

Quale preziosità, quale dono nuovo, inusitato, sublime, avrei potuto creare per quella elegante creatura! La cucina era il mio regno. Lì tutti erano ai miei ordini, cuochi intenti a preparare salse prelibate, serve che si ingegnavano a costruire addobbi speciali, sguatteri che correvano a pulire un uovo caduto per terra, o si fermavano a spennare polli ruspanti, o portavano i miei ordini a tutti gli altri. Georges era il più lesto ad eseguire, il più pronto ad apprendere, sempre il primo a venirmi dietro.

Il giovane Georges si era presentato davanti alle porte delle cucine bambino affamato, bagnato di pioggia e di fango, e io l’avevo raccolto, scricciolo smarrito, e l’avevo nutrito e cresciuto. Nulla sapevo di lui e dei suoi genitori (forse periti in qualche inutile guerra), ma ora, a circa undici anni, correva contento per le cucine, mi aiutava e si fermava curioso a guardare i gesti delle mie mani e io gli insegnavo la mia arte, l’arte di far diventare la materia comune che si trovava nelle cucine, negli oggetti sfarzosi che adornavano il Palazzo, nei cibi gustosi che solleticavano il delicato palato di quei signori, nella magnificenza di quel secolo tanto sfarzoso nei palazzi, e così crudele nelle cucine, dove spesso gli uomini perdevano banalmente la vita.

Davanti al mio tavolo da lavoro, Georges osserva me che osservo i diversi cibi crudi sparsi sul tavolo, pronti ad essere manipolati per diventare la mia delizia per Madame de Montausier. Prendo due uova, me le passo tra le mani, pensando come poterle usare; Georges, stufo di osservarmi, si mette a rincorrere un’oca inseguita dal cuoco armato di coltellaccio; l’oca passa sotto il tavolo, Georges mi urta, le uova cadono in terra. “Acc…., Georges….” urlo, come per acchiapparlo, mentre uno sguattero si precipita a pulire il pavimento. Subito intuisco che quelle uova in realtà non mi sarebbero servite. Velocemente prendo della crema di latte e la monto a neve, mentre la insaporisco con zucchero e bacche di profumata vaniglia. Come la panna si gonfia soffice, un dolce profumo si spande per la cucina. Tutti si fermano: Georges steso in terra, l’oca per questa volta salva, il cuoco abbassa il suo coltellaccio e mi chiede cosa intendo fare di quella crema profumata; allora Georges prende una fetta di pane, ci spalma sopra la crema e l’assaggia: “Buonaaaaa”; la luce di gioia che promana dai suoi occhi mi colpisce come una lama, e rido felice: riempirò dei pasticcini di questa crema “Chantilly” e ne farò dono alla bella signora che mi ha guardato.

 

FRÈRE

“Fellone!” mi disse Monsieur Valeron quando mi rifiutai di consegnargli Georges perché diventasse paggio del fratello del Re. Osai farlo perché delle cucine ero io il re! Lo stesso Condé lo sapeva. Del resto doveva essermi grato, da quando avevo sacrificato i miei teneri pappagalli per la sua gotta. Quello stupido medico diceva che solamente il caldo sangue di piccoli uccelli avrebbe potuto alleviare gli atroci dolori del Principe e aveva chiesto a Madame de Montausier di sacrificare i suoi. Ma io, con gesto d’amore, avevo detto: “Prendete i miei pappagalli”, e mandai Georges da Madame col dono della crema Chantilly; lei me ne fu grata, e io restai più solo.

Ora volevano togliermi anche il piccolo Georges, che avevo cresciuto come un figlio, che sarebbe diventato il mio erede in quelle cucine; perché avrei dovuto condannarlo a soddisfare gli sconci piaceri di un giovin signore viziato? Con la mia parrucca in capo restai fermo davanti l’insulto di Monsieur Valeron; questi d’istinto mise mano alla spada, ma poi pensò che non valeva la pena sporcarsi le mani con un indegno valletto; girò i tacchi e risalì nelle sale dei signori. Ma il lavoro doveva riprendere, il Principe reclamava le sue libagioni, e non c’era tempo per pensare ad altro: almeno il giovane Georges continuava a correre per le cucine e ancora poteva non preoccuparsi del suo destino.

 

FESTA

La notte, nel parco, illuminata da migliaia di candele, dalla mia postazione munita di cannocchiale osservavo i tavoli imbanditi dalle delizie che io avevo ideato e preparato, vedevo i commensali che le gustavano, innaffiandoli con i preziosi vini delle cantine del palazzo; tutti ridevano e scherzavano ai motti salaci di Monsieur Le Frère du Roi e della sua estrosa compagnia. Lo stesso Re non disdegnava i suoi motteggi verso la Regina o verso le altre Madames. Perfino il Condé, alleviato il dolore gottoso col sangue dei miei pappagalli, riusciva a ridere e a farsi bello della compagnia del Re. Ma io attendevo che tutto fosse a posto, che i fagiani non fossero troppo frolli, che le salse fossero delicate, che ballerini e acrobati si esibissero con eleganza, senza disturbare il pasto dei Signori. E, talvolta, fissavo la mia Signora, quando sorrideva timida ai motti Reali, quando con estrema eleganza avvicinava il bicchiere alla sua bocca minuta, quando si voltava a guardare un ballerino e, forse, in lontananza, scorgeva il mio cappello piumato.

Infine, i fuochi esplosero dalla collina e distrassero tutti; tutti si alzarono ad ammirare e applaudire quella meraviglia di luci colorate nel cielo buio, tutti quindi si ritirarono nelle loro stanze soddisfatti e pasciuti. Mentre io, ancora con l’occhio al cannocchiale, vedevo allontanarsi, nel suo affascinante portamento, Madame de Montausier al braccio di Monsieur de Valeron.

 

AMORE

TOC TOC! Chi è? Sono io, Anne.

Mi misi la parrucca in testa e la marsina in dosso e aprii la porta della mia stanza, dove stavo per coricarmi. Tutta la beltà di Madame de Montausier mi apparve alla luce del lume che teneva in mano e che spense entrando. Madame… , ma lei mise il suo indice sulla mia bocca, come a dirmi di tacere. Poi prese la mia mano e dolcemente la infilò sotto il suo corpetto a offrirmi il suo caldo seno. Quale improvviso calore invase il mio corpo e la mia anima; niente ci poteva essere di più bello, fino a quando appose le sue labbra sulle mie in un lungo bacio appassionato. Il mio corpo si scioglieva in quel bacio, il mio cuore batteva inarrestabile, la mia anima si fondeva con la sua. Un’unica, sola realtà ci avvolse in quella stanza, in quel letto, in quella notte.

TOC TOC Chi è? Madame, il Re ha chiesto di voi.

L’aspra voce di Valeron ruppe il nostro abbraccio, infranse il mio sogno!

 

PESCI

Mattina nera di pioggia battente. Scesi nelle cucine a controllare che tutti lavorassero a dovere. Subito una ferale notizia: il carico di pesci delle più varie specie che veniva dal porto di Marsiglia era bloccato dal fango delle strada. Doveva essere il mio capolavoro, che avrebbe determinato la decisione del Re, la sorte del Principe, e la mia fortuna. Migliaia di pesci da cucinare, le più diverse salse già in preparazione. Ma non avremmo più fatto in tempo. Presi un tozzo di pane e un bicchiere di latte e salii nella mia camera. La pioggia batteva ai vetri insistente. La stanza quasi buia. Solamente il bianco del bicchiere di latte emetteva un po’ di luce; e lì, nell’angolo, il bagliore della mia spada da cerimonia. Mi avvicinai alla porta. Nulla. Silenzio. Presi la spada, era lucida, pronta per quel pranzo che non ci sarebbe mai stato: la insozzai del mio sangue, che fluiva copioso sulla spada infilata nel corpo, sul pavimento, dove si allargava in una grande chiazza, in cui caddi esangue, mentre l’udito ormai flebile percepiva il rumore dei carri carichi di pesce.

 

EPILOGO

Caro Georges,

questo era il secolo di Luigi XIV, secolo che mostrava sfarzo, magnificenza, tutto era merveilleux, e nascondeva sconcezze, lordura, putredine; venivano scatenate guerre a causa di piccole scortesie tra nobili regnanti, che subito dopo si riconciliavano, lasciando sul campo case distrutte, campi incolti, uomini, i cui familiari neanche venivano informati della loro fine: le piccole divergenze erano state appianate col sangue della povera gente di cui nessuno era tenuto ad interessarsi. Anch’io ero parte di quel mondo, posto al limite tra la povera gente che lavorava nelle mie cucine e le stanze del piano nobile, dove i signori mi blandivano, ma mai mi avrebbero accolto tra di loro. Ti diranno che quel ritardo del carico di pesci fu la mia fine, ti diranno che non avevo sopportato lo scacco di non poter far bella figura di fronte al Re, che mi avrebbe portato a Versailles, dove la mia abilità avrebbe potuto rifulgere in tutto il suo meraviglioso splendore. Invece fu quella notte, che non avrei mai più potuto rivivere, neanche a Versailles. Fu quell’abbraccio di due anime, subito interrotto, perché il Re reclamava il suo piacere. Non avrei più potuto sopportare che la mia Anne fosse tra le braccia di un altro. Mi ribellai. Nell’unico modo allora possibile. Trova tu modi nuovi di reclamare la tua dignità di uomo libero.

Adieu Georges, mio giovane amico, continua a correre per le cucine e ricorda il tuo vecchio maestro François Vatel.

(Tratto da: Angelo Ariemma, François Vatel. Scenografie di una vita, in Questioni di Cibo, supplemento a Scienze e Ricerche n. 7, maggio 2015, pp. 91-93)