Portavo un canto di gioia nelle tasche

Non c’è niente di peggio dell’indifferenza

Portavo un canto di gioia nelle tasche

maroccolo_wallace-1Il recente libro di Nina Maroccolo scritto a quattro mani con Anthony Wallace – Ero nato errore, Storia di Anthony, Edizioni Pagine, 2015 – lascia interdetti e disorientati per diversi motivi.
Primo, per le vicende umane del protagonista, segnato dalla violenza del padre – il Mostro, come lo chiama lui – che, senza consultare o decidere insieme alla madre – l’Estranea, sempre come la definisce Anthony –, lo segna all’anagrafe come “femmina”, mentre lui, con il tempo, svilupperà la consapevolezza di avere una struttura maschile. Questa è una storia tanto aspra quanto metafisica: a tratti sconvolgente, la definisce Nina nella sua lettera a Anthony. Vittima di un padre-padrone violento, Anthony, dapprima affidato in Scozia alle cure della zia (Ann, la sua unica vera madre), poi tornato con i genitori, è costretto a scappare di casa: fa il saldatore, il riparatore di frigoriferi, vive per strada, si nutre di scarti, si ammala di tumore, vive di furtarelli, si sposta a Firenze, poi a Roma, vive in macchina, gira l’Italia, ha per amico un cane (Max), tenta il suicidio.
Secondo, per le vicende giudiziarie: Anthony si trova a Rebibbia dal 2013 per scontare i reati di furti che si sono accumulati fino ad arrivare ad una pena detentiva di più di 17 anni di reclusione e migliaia di euro in multe.
Ma due sono gli aspetti che saltano immediatamente agli occhi con forza, a mio avviso: il ruolo della memoria e l’incontro con Nina (l’incontro di due anime) che conduce alla riflessione sul ruolo della scrittura.
Anthony lo afferma chiaramente: la memoria lo protegge. E ora per parlare di sé deve farla a pezzi, deve infrangerla: la memoria vorrebbe cancellare se stessa insieme al mio vissuto. Mi costringo in quest’ultima necessaria violenza: quella del ricordo… nella porzione giornaliera dei ricordi vorrei esaurire…. Anthony DEVE ricordare, per riscattarsi, per ricostruire la propria identità ferita: domani…la memoria troverà in se stessa la propria fonte.

Quello di Anthony non è il primo caso di cronaca prestato alla letteratura. In questo momento in Francia sta avendo molto successo un libro di Régis Jauffret tradotto in italiano con il titolo L’inferno e ritorno che narra gli avvenimenti dell’affare Fritzl e che è stato ricevuto molto male in Austria. Jauffret non è nuovo a questi casi: nel 2010, la famiglia del banchiere Édouard Stern lo persegue per il romanzo Sévère che mette in scena l’assassinio del banchiere per mano dell’amante, Cécile Brossard. Parecchi scrittori lo hanno difeso firmando una petizione, Michel Houellebecq, Virginie Despentes, Christine Angot, Philippe Djian, Philippe Sollers, Frédéric Beigbeder, Yann Moix e Bernard-Henri Lévy. Nel gennaio 2014 esce il romanzo La Ballade de Rikers Island, che evoca l’affare del Sofitel di New York : Dominique Strauss-Kahn lo denuncia assieme all’editore, Le Seuil, dopo la pubblicazione del libro.
Nella storia della letteratura, tanti scrittori si sono fatti paladini di fatti quotidiani emblematici: pensiamo a Zola che ha difeso Dreyfuss oppure a Voltaire che si è battuto per Calas oppure ancora a Jean Giono e l’affare Dominici.
Che cosa spinge alcuni autori a occuparsi di un fatto di cronaca? Per che cosa Anthony è il pretesto ?
Per indagare, in ogni senso.
Nina è anima empatica (le nostre voci, un’unica voce, s’incontreranno), pura, capace di sentire la sofferenza degli altri: scriverò la tua storia, sarò la tua voce…per me, entrare e uscire dal tuo “Io” rendendomi alter-Ego di un romanzo troppo scabro e scabroso, di un’autoanalisi che potrebbe configurarsi quale coscienza collettiva, criticabile perché mai ti ha accettato, salvato.
Nina scrittrice si fa voce degli ultimi. Je suis toi, dichiara in una bellissima poesia dedicata alle vittime del massacro di Parigi.
La scrittrice evidenzia dapprima la sproporzione tra i reati commessi e la pena inflitta. Poi esplora i comportamenti, le reazioni, i sentimenti dei protagonisti, si cala nella mente del protagonista, descrive parole e rituali della sua quotidianità, s’indigna (e noi con lei), si avvicina ai “diversi”, alla vita da scontare ai margini, ipotizza il futuro. Cerca spiegazione e verità ma in realtà cerca l’uomo con tutte le sue contraddizioni, con il lato oscuro e l’abisso che c’è in lui.
Mi chiedo se oggi esiste ancora la figura dell’intellettuale … Il verbo provocare (v.tr. – Eccitare o irritare spingendo a una reazione per lo più violenta, dal latino provocare, comp. di pro- e vocare, “chiamare fuori”) sembra non avere più senso in una società che ha catalogato tutto, incasellato tutto, digerito tutto: è persa, diceva Ennio Flaiano, nel Grande Sbadiglio; tutto riduce all’ordine del già visto, se non del gioco, e nella quale ogni infrazione al codice genera inevitabilmente il rimpianto del codice e l’inevitabile restaurazione. E in cui gli anticorpi servono a omeostatizzare il Sistema e farlo prosperare ancor più: sono parole di Gianfranco Tomei su Pier Paolo Pasolini (Pier Paolo Pasolini: l’intellettuale come oppositore). Parole sempre attuali. Pasolini manca a tutti e il grande dono che lascia in eredità è la volontà e la passione e l’attitudine a “pensare” la diversità. A comunicare con la diversità. A mettersi nell’ottica della diversità. Per comprendere meglio la propria. E’ ciò che fa Nina Maroccolo con questo libro, pensa la diversità e vuole credere con forza che situazioni come quelle narrate nel libro non accadano più a nessuno.
Mi viene in aiuto una frase di Jean-Paul Sartre: L’intellettuale è colui che si occupa di ciò che non lo riguarda. Non è uno specialista, che difende affari di clan o di partito, e neanche un tuttologo che si improvvisa esperto in ogni campo, ma è un eterno apprendista e come tutti gli eterni apprendisti deraglia da una disciplina all’altra, rischia molto spesso di prendere delle cantonate, ma altrettanto spesso rischia di vedere cose che sfuggono agli specialisti.
E allora mi rispondo che sì, esistono gli intellettuali oggi e uno di questi è Nina Maroccolo, capace di indignarsi, di affondare il dito nelle piaghe della società e di mostrare al mondo le ingiustizie con determinazione e volontà: scriverò la tua storia…se vuoi sarò la tua voce…una voce che dalla tua interiorità emerga, e sia precisa, netta, dura, dura come l’intera tua vita. Ricopierò fedelmente le parti da te scritte. Poi le nostre voci, un’unica voce, sincontreranno.
Il libro è una riflessione sul ruolo della famiglia e delle Istituzioni nell’educazione dei giovani, una denuncia forte del fatto che è possibile spezzare la catena del determinismo materialistico (pensiamo ai personaggi dei romanzi di Zola) e della violenza con la consapevolezza: Padre, tua madre era cattiva. Ti picchiava. Mi picchiava col bastone. Tu sei diventato come lei : cattivo, ubriaco, senza amore.
Ero nato errore è un piccolo gioiello di poesia, di alto lirismo.

Fausta Genziana Le Piane