Il disordine delle cose. In libreria il nuovo romanzo di Silvia Pingitore

Layout 1Non hanno con sé la valigia di cartone, ma la loro è sempre più diaspora: solo nel 2013 sono stati circa 95.000 i giovani italiani emigrati all’estero, e si sono sommati agli 80.000 emigrati nel 2012. Cifre che testimoniano la fuga di una generazione da un’Italia che sembra sempre più avara di prospettive e perfino di sogni. A questa generazione senza santi in paradiso è dedicato il nuovo romanzo di Silvia Pingitore, Il disordine delle cose (La Lepre Edizioni, 2014), in libreria dal 25 ottobre. Protagonista è la ventenne Lucia Fellini, ragazza fuori moda e fuori tempo che alla prima occasione utile rivelerà insospettatamente coraggio, buon senso e Zeltgeist a volontà: un’anti-eroina che ha una vena di surrealtà e follia quasi chapliniana, e molti numeri per piacere ai lettori.

Trent’anni, romana, giornalista oltre che scrittrice (si occupa da anni di libri come collaboratrice de Il Venerdì di Repubblica), Silvia Pingitore ci parla via Skype da Londra, dove vive e lavora da un anno e mezzo, dopo diversi anni trascorsi tra Bruxelles, Parigi e Madrid, entrando così a far parte del novero dei cervelli in fuga.

Anche Lucia, la protagonista del tuo romanzo, alla fine se ne va dall’Italia. Come mai la sua scelta cade sulla Finlandia? C’è qualche motivo o fascinazione che in particolare ha orientato la tua scelta narrativa? Tra l’altro Il disordine delle cose è uno dei primissimi romanzi italiani ambientati in Finlandia, dove si svolge buona parte del libro.

Fascinazione, o forse fissazione è la parola giusta: la mia fissazione per la Finlandia iniziò con la lettura dei romanzi di Arto Paasilinna e si rinsaldò con un viaggio da Helsinki fino al Circolo Polare Artico. Si tratta di una nazione assolutamente misteriosa che è riuscita a mantenere la propria identità emancipandosi da potenze come Svezia e Russia. Vi si parla una delle lingue più complicate del mondo, e i finlandesi sono riusciti a risollevarsi dalla miseria del Dopoguerra puntando su innovazione,
ricerca e tecnologia, tutto questo mantenendo un profondo rispetto per la natura: per ogni albero tagliato ne vengono ripiantati tre. E poi è un popolo estremamente buffo, quasi ingenuo: rivendicano con forza la paternità di Babbo Natale che vive a Rovaniemi (e io l’ho anche incontrato di persona), si fanno la sauna tutti insieme, danno la precedenza alle renne in autostrada. In un certo senso, è un po’ l’anti-Italia.

Quanto di autobiografico c’è nel tuo nuovo romanzo? Non mi riferisco alla protagonista Lucia ( un personaggio dichiaratamente di fantasia, quintessenza dell’ingenuità e dello smarrimento giovanile), quanto agli ambienti che descrivi, università in primis.

Lo scatafascio di università pubblica che descrivo è purtroppo il pane quotidiano delle migliaia di studenti che non possono permettersene una privata. Il lato positivo è che chi riesce a sopravvivere sviluppa capacità soprannaturali di cavarsela in qualunque situazione. E poi magari ne parla in un libro strappando anche qualche risata!

Nell’intreccio tra azione e destino che si delinea nel romanzo, hanno un ruolo importante i versi del poema epico finlandese Kalevala, che agiscono quasi un metatesto dell’azione narrativa. Sarà dunque alla fine il mito ( nel caso del nostro Paese la memoria, l’arte e tutto ciò che viene generalmente indicato come “grande bellezza”) a indicare ai giovani italiani una via d’uscita o comunque di riscossa?

Il problema della domanda radical chic che oggi va tanto di moda, ovvero “andare o restare?”, è che contempla solo due possibilità che si annullano a vicenda, come se la via d’uscita andasse trovata fra l’emigrare, e quindi rinunciare (per sempre?) al proprio paese, e l’“accontentarsi” di situazioni spesso e volentieri completamente inaccettabili. Ed è anche venuto a crearsi un paradosso per cui chi se la svigna è un vigliacco che non vuole restare “a lottare”. Anche se in fin dei conti la fuga non riguarda più solo i “cervelli”, bensì, chiunque si ostini a voler vivere del proprio lavoro in un paese fondato sull’eredità, non sul lavoro. Io non ho soluzioni né risposte, vorrei solo poter sperare che un giorno la bellezza salverà il mondo.