Scienza e poesia. Uno sguardo gettato ai confini dell’universo

ginestra5di Vincenzo Crosio.

La relazione scienza/ poesia è una delle più intriganti e conflittuali relazioni tra campi del sapere. Intorno agli anni ’90 del secolo scorso Ilya Prigogine tentò di gettare un ponte tra le scienze e l’umanesimo. Nel post-moderno i confini tra i domini del sapere si sbriciolavano, pur nelle differenze specifiche, un po’ come il muro di Berlino. La complessità del sistema mondo impose una rivisitazione anche tra scienza e poesia. In questo articolo si da conto dei passaggi essenziali di questa relazione.

Scrive Giacomo Leopardi ne La Ginestra, uno dei canti più belli, più affascinanti, più complessi della nostra letteratura poetica,questi straordinari versi che introducono ad un’estetica dello sguardo, della visibilità e della visione, quasi una notazione dell’interrelazione tra l’occhio-visione e l’ universo frattalico e corpuscolare insieme:

               e quando miro,

Quegli ancor più senz’alcun fin remoti

Nodi quasi di stelle

Che a noi paion qual nebbia, cui non l’uomo

E non la terra sol,ma tutte in uno,

Del numero infinito e della mole,

Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle

O sono ignote, o così paion come

Essi alla terra,un punto

Di luce nebulosa;

Questi versi riprendono il maestoso e nobile ondeggiare dell’altro canto L’Infinito e ci si accorge del confine labile, discreto, anche se incerto tra scienza e poesia. Tra scienza, poesia e filosofia. Grandissimo poeta, strabiliante filosofo come si accorse il Nietzsche, estremo indagatore del campo epistemico e fisico, G. Leopardi è forse il più noto tra i poeti che segnano con linee così eleganti ma anche forti la topografia del luogo poetico. G. Leopardi ci indica il senso , la direzione in cui muoversi per alcune note sul legame tra scienza e poesia. Gaston Bachelard, il grande matematico, ingegnere ed epistemologo francese, colse meglio di tutti questo legame, che è appunto uno spazio, un luogo della poesia, come costruzione,come architettura di uno spazio, come immaginazione che avvicina l’uomo all’infinito. Tra l’infinito coscienziale e l’infinito matematico, cosmico. Quasi che l’uno fosse possibile come risonanza dell’altro. Quasi che lo spazio poetico fosse l’abitazione sua propria, della parola, così come lo spazio fisico fosse l’abitazione dell’umano. Il suo heimat, il suo luogo originario:

   ‘Nell’anima distesa che medita e sogna, una immensità pare attendere le immagini dell’immensità. Lo spirito vede e rivede oggetti, in un oggetto l’anima trova il nido di una immensità’(G. Bachelard, Lo spazio poetico, pag.212).Nella correzione a mano nel testo autografo di Leopardi dell’Infinito, viene trascritto infinità al posto di immensità, ma che comparirà poi nel testo dato alla stampa al posto di infinità. Dunque immensità è parola Leopardiana meditata, scelta dopo una lunga esitazione.

Senza titolo-1Ma c’è un’altra correzione, interminati spazi al posto di interminato spazio. A 15 anni Leopardi aveva scritto e pubblicato un’opera scientifica, una Storia dell’Astronomia che ricevette le attenzioni dell’Università di Bonn, che chiamò il giovane autore a tenere delle lezioni di Fisica e Astronomia in quella città. Leopardi rispose di essere solo un poeta. Margherita Hack ha nobilitato questo sforzo dell’adolescente Leopardi, scrivendo insieme con lui, con Leopardi, proseguendo da dove Leopardi era giunto, un’altra storia della astronomia. Ma la categoria filosofica è vastità che appartiene anche al genio di Baudelaire dove il calco originario è la vastità dell’essere e della esistenza, come ci ricorda Anassimandro.

Al di là del nostro essere, l’esistenza dell’infinito, dell’incommensurabile. Sembra quasi che la categoria della in finitudine, ontologica, fisica, sia la qualità estrema di una visione sana, non illusoria della realtà e dunque dentro una sana immaginazione poetica, che è domanda all’oggetto stesso dell’indagine:’Che fai tu in ciel? Dimmi che fai, silenziosa Luna? ,nel ‘Canto notturno di un pastore errante dell’Asia’.

Per Lucrezio poi la vastità del mondo è effetto di una vastità del vuoto, una proprietà del vuoto stesso, secondo la visione epicurea e democritea, atomista del reale. Esattamente come nella teoria elettroquantistica del vuoto. Nè più ne meno. Il quantum, la quantità vuota è esattamente il principio stesso della indeterminazione fisica e matematica secondo Planck e secondo Heisenberg (Richard P.Feynman. Sei pezzi facili. Lectures on Physics).

Così la intende pure la filosofia buddhista della vacuità.Ed è singolare, se non incredibile che questo venga detto dall’intuito poetico:

Quegli ancor più senz’alcun fin remoti

Nodi quasi di stelle

Che a noi paion qual nebbia.

Nodi dunque che sono quasi stelle e che a noi appaion come nebulose.Si capisce allora come il matematico Paolo Zellini introduca costantemente le sue lezioni sull’infinito e sul numero con la poesia di Leopardi.

Tra l’effetto numerico di una matrice e l’effetto strabiliante dei Canti Pisani di Ezra Pound che differenza c’è? Ma non vorrei parlare del rapporto tra scienza e poesia solo attraverso la cosa più evidente, voglio invece parlare proprio della relazione che c’è, se c’è, tra l’immaginazione poetica e l’immaginazione scientifica. O meglio tra la fenomenologia dello spirito scientifico e la fenomenologia dello spirito poetico. Dal mio punto di vista, si tratta proprio di questo: di un punto di vista della fenomenologia dello spirito, cioè di quelle categorie che per le neuroscienze è l’attività di ideare, immaginare e realizzare, la cosiddetta attività auto poietica. L’autopoiesi, la autogenerazione delle cognizioni,delle strutture pensanti, delle strutture creative appartengono sostanzialmente all’intera dimensione della biosemiosfera, del vivente e dunque anche del mondo umano.

Il mondo psichico come quello del vivente è una macchina auto poietica e simbolica, secondo Maturana e Varela, una macchina autopietica che produce segni che hanno il carattere di un simbolo, di una topologia segnica e simbolica. E’ una macchina semiotica, generativa di segni dentro un sistema della mente natura e della mente natura non natura, artificiale. Come sostiene Chomsky in ‘Le strutture della sintassi’.

Già Freud (e poi Piaget),accennava e chiarirà queste funzioni pulsionali e quasi cibernetiche legate alle pulsioni appunto, ad una logica del desiderio. Scrivono Franco Scalzone e Gemma Zontini in ‘Freud e il suo invisibile fantasma’: ”Un sistema rappresentazionale, come lo è lo psichismo umano, è costruito su una rete di categorie ed è autoreferente:cioè esso è in relazione soprattutto con altre sue parti più che con l’esterno. Ma quale è il processo che permette alla macchina- come lo chiama lo stesso Freud- di mettersi a camminare da sola da un momento all’altro?” L’incosciente macchinico come chiamano Deleuze e Guattari la produzione di senso proprio del testo e in particolare del testo poetico (Julia Kristeva insegna) produce il linguaggio dei segni attraverso un asse simbolico particolare. Un asse diacronico e uno sincronico come se fosse la texture, un canovaccio in cui il çà parle, la parola di Lacan, scrive il suo linguaggio come fa la maglia con l’uncinetto. Il segno è dunque un senso traslato del reale(Julia Kristeva e Roman Jakobson). Una mappa di un territorio, un topografia che introduce ad una tipologia dei luoghi poetici secondo una combinazione di segni fonetici e sintattici, le unità fonematiche, che costruiscono la meravigliosa macchina di produzione poetica. Una macchina astratta e trascendente come i Numeri di Cantor sulla sua diagonale. Scrive il fisico Franco Piperno in “Macchine, scienza, linguaggi”: ’Il momento in cui la matematica riconosce i propri limiti, si conclude proprio nel computer o, metaforicamente, nello spazio cibernetico. Ma concludendosi ci lascia come residui gli aspetti linguistici non formali, il linguaggio comune come presupposto di tutto questo.” Il transfinito, il trascendente, il segno astratto coniuga secondo un formalismo grammaticale generativo qualcosa che produce combinandolo, il reale con il non reale, il formale matematico con il non formale del linguaggio comune e metaforico, il materico con l’immateriale, il corpo vivo con corpo di relazione astratto.

“E’ stato osservato che ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime come i quark, i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni e quelli determinati nello spazio dell’individuo fin dalla sua vita e dal suo concepimento. Eppure i poeti ci dimostrano che è dall’incontro dell’uomo con se stesso e con gli altri significati che scaturiscono, attraverso i secoli, le forze più fertili ed immaginative della nostra cultura e, come si sa, sono stati i poeti stessi e gli artisti a infondere alle passioni e alle vicissitudini dell’individuo la dimensione umana del psichico e del tragico.(Andreas Giannakoulas.Processi creatici e creatività). Dunque dal fondo della macchina che produce segni e simboli che la condizione naturale ed umana induce nel sapiens, che ne modifica la sensibilità e la conoscenza nella temporalità storica, avviene un imprevedibile scarto linguistico e della coscienza.

Questa è la poesia, questo è l’intuito e il dominio sapienziale della poesia, cui affidiamo appunto questa logica combinatoria di segni e simboli che hanno raccontato, all’alba della civiltà e della civiltà della scrittura, ad esempio le peripezie di Odisseo che così, nelle peripezie del mondo e sue personali, sperimenta la tenacia del suo multiforme ingegno. La trascrizione in un codice sillabico, sintattico di queste esperienze dell’umano, la meraviglia dell’umano, noi la definiamo in un ordine/disordine, caotico e normativo, che è la poesia. Dissimmetria e simmetria, ordine e caos, numero e non numero, ritmo e misura sono gli algoritmi sapienziali di questa macchina di scrittura semiotica. La poesia è la manifestazione geniale e tragica di questa esperienza dell’essere gettato nel mondo. Il modo migliore che l’uomo conosca di immaginare se stesso e il mondo.

Questo è il senso della poesia per Horderlin e dunque anche per Heidegger, che gli dedicherà significativamente un saggio. E che i poeti come i matematici rinnovino sempre questa esperienza, quella del calcolo e quella della poesia la dice lunga sula fascinazione che ha presso l’uomo e la macchina calcolatrice e la macchina simbolica, ambedue cioè macchine poetiche, il cui confine è un confine bilinguecaratterizzato da una asimmetria tra esterno e interno, come intelligentemente nota Jury Lotmann. E’ lo scarto, la differenza tra il reale reale e l’astratto simbolico che opera come struttura di senso poetico, come nella ricorsività matematica.

In altro ambito, quello musicale, l’esperienza del canone inverso, della ricorsività del suono, di una infinita piega ricorsiva, matematica e metamatematica, di J.Sebastian Bach, produce appunto questa magia sonora della esperienza creativa. Questo incantesimo poetico-matematico, questo mantra (tessuto poetico, formula magica), così come l’esametro greco o l’anna-viraj(verso di dieci suoni in dieci suoni) dei poemi vedici, conduce la spola del senso, del tessuto di verso in verso fino alla potenza (viraj) dell’assoluto metamatematico. Dunque la poesia nella sua essenza è un evento, uno scarto temporale tra il reale e l’immaginario. Oserei dire un Potlach quasi divino, un infinito intrattenimento tra un osservatore e un osservato, tra un dicitore e un ascoltatore, tra uno sguardo e una serie di percezioni del reale, un campo fenomenico di cognizioni relazionate. E relazionabili. Alla poesia compete, è consentito ciò che alla scienza è vietato e viceversa. E ad entrambe, la facoltà del conoscere per linearità logica o non linearità semantica.

E’ il caso questo di Dante Alighieri che fa scendere o salire i suoi demoni infernali o le sue virtù angeliche nelle volute geometriche, nella spirale logaritmica del ritmo ternario, fa salire o scendere se stesso fino alla dimensione del senza fine, dell’incommensurato regno divino,dell’ensof cabalistico. Il senza nome, il senza volto, il senza numero, Dio viene reinventato nell’immaginazione poetica di un sogno, di una reverie, teologica ed angelica. Verso il basso, con una torsione verso il basso e con continue linee di fuga, la scrittura di Kafka delinea una topografia della Non provvidenza che segna nel negativo l’esperienza di Dio. L’ingresso nel villaggio del signor K., dell’agrimensore ne ‘ Il Castello’, è un capolavoro di questa tensione verso il basso della misura aurea. Nessun altro definisce meglio di Kafka il Luogo come luogo dell’umano, fino alla nichilazione, fino alla metamorfosi dell’umano nel non umano. Un non numero, l’assenza di un numero,il grado zero di ogni conoscenza, permette a Kafka di analizzare centimetro per centimetro l’essenza dell’umano.

Nella prima fondazione di un cyberspazio, come in un quadro di Escher, nella surrealtà di Magritte o De Chirico, nella spazialità simbolica del Maestro dei Pannelli Barberini e di Francesco del Cossa, del Bramantino, nella maestria angelica e fiamminga della Madonna Salting di Antonello da Messina, nello spazio poetico ancora gotico di Barthélemy d’Eyck. E’ questa, secondo Pierre Lévy, filosofo ed ingegnere informatico, l’origine della potenza del virtuale, la potenza stessa dell’immaginazione e della memoria. Dal segno logografico, dalla scrittura, alla potenza della virtualità matematica e poetica, creativa.

Abbiamo definito la relazione tra scienza e poesia? Non lo so. So che le linee di questa cartografia del conoscibile sia affidata alla scienza topologica di Poincarè e Renè Thom e che tocchi alla poesia indicare il senso dell’oltre, oltre il quale scompare ogni distinzione. Così è per il telescopio spaziale Hubble o il viaggio della sonda Cassini, così è per lo sguardo rivolto al cielo del ‘Pastore errante dell’Asia’ di G. Leopardi, o le visioni poetiche ed ultramondane di Rimbaud, Baudelaire, Th. De Quincey o J. Joyce. Un provvisorio sguardo gettato dentro i confini dell’universo.

In fondo tra il canto alla luna dello sciamano dell’Indonesia, che eleva il suo canto notturno per metabolizzare la sua solitudine, che si è rifiutato di entrare nella civiltà mercantile occidentale, e lo sguardo d’incertezza di Einstein, io ci vedo poca differenza.

Bibliografia essenziale:

G. Leopardi. Opere. Utet

P. Zellini. Breve storia dell’infinito. Adelphi

G. Bachelard. La poetica dello spazio. Dedalo libri

M. Blanchot. Lo spazio letterario. Einaudi

H. Maturana e F.Varela. Macchine ed esseri viventi. Astrolabio

Alfonso M. Iacono. L’evento e l’osservatore. Pierluigi Lubrina editore

R. Jakobson. Lo sviluppo della semiotica. Bompiani

N. Chomsky. Le strutture della sintassi. Laterza

G. Deleuze-F.Guattari. Mille piani. Einaudi

Ilya Prigogine-Isabel Stengler. La nouvelle alliance. Gallimard

Douglass. R. Hofstadter. Godel, Escher, Bach. Adelphi

P. Lévy. Il virtuale. Raffaello Cortina

R. P. Feynman. Sei pezzi facili. Adelphi

F. Piperno. Macchine, scienza,linguaggi. In Cibernauti. Castelvecchi

F. Scalzone-G. Zontini. Freud e il suo invisibile fantasma. In Tempo d’Analisi n.2 2013. Aracne

A. Giannakoulas. Processi creativi e creatività. In Tempo d’Analisi n.2 2013. Aracne