Ostaggio della vallata, l’ultima raccolta poetica di Fausta Le Piane

GenzianaLePianedi Merys Rizzo.

Il cuore profondo della vita intrama i versi della raccolta, rendendo figurative il movimento, che porta alla parola ogni percezione d’essere. “Ostaggio della vallata” di Fausta Genziana Le Piane (Edizioni Tracce, Pescara, 2014) è un’opera concentrata eppure immensa, perché al lampo breve dei testi, che illumina nuclei di pensiero e di emozioni, s’intreccia l’amplificazione generata dalle note poste a piè di pagina.

Ogni aspetto visibile, udibile, pensabile, colto come vibrazione delicata nel ritmo, ora esaltante ora sfinito, dell’apparire, trova nelle suggestioni evocative la dignità dell’essere, che sfiora, talvolta, una ineffabile sacralità. L’infinito fa le sue razzìe / teso / tra i cinque punti cardinali / delle dita / come pirata / su nave all’arrembaggio. […] . E’ l’incipit dell’opera, che si prefigura, dunque, come cammino verso un’ulteriorità spinta oltre la soglia delle parole, oltre la resistenza del dato e della vitalità del suo irrompere. Tra intensificazioni, accordi, riverberi, interni lampeggiamenti e accensioni esterne si ritrova un’interiorità più intima del riposto delle cose, che si dispiega via, via, rispettando, quasi, una drammaturgia necessaria.

Ciò avviene, soprattutto, nel passo dolce del continuum tra ciò, che nella prima parte della pagina i versi fermano in sintesi poetica, mediante la parola dell’ineffabile, e ciò, che il pensiero nelle lunghe annotazioni a margine precisa, dichiara, spiega, formulandosi sul limite di un richiamo colto o di una gittata evocativa o di un dato memoriale. Così l’intera raccolta si presenta come un entrare ed uscire, un andare e tornare da e verso luoghi del “ pathos “ e del “ logos “, profilando un transito lungo dalla purezza lirica alla narratività, dalla metafisica essenzialità alla storica referenzialità. La poesia eccede il desiderio del soggetto e il soggetto si palesa nella ricognizione attenta a piè di pagina, quasi a continuare il processo percettivo e cognitivo iniziato prima.
Indigenza d’amore, / m’abbandona nel bosco: / non avevi di che sfamarmi. / A poco a poco / perdo le tracce di te / e le briciole di pane / – quel poco che dai – / non dicono la strada del ritorno. / Umanità disgiunta, / liberarsi dalla fame… / Meglio perdersi, / cibarsi delle molliche / della fortuna del caso. – pag. 40. E’ una cartografia figurata di una perdita, del pathos di tante perdite, che nella liturgia della composizione, dopo la sospensione dello spazio bianco, viene esplorata dall’onda di luce del logos, che riporta tutto alla personale esegesi, richiamando Propp e Dante. Fausta Genziana Le Piane mette in essere e salvaguarda nel verbo poetico ciò, che la vita ha dato, ma ha sottratto presto e ciò, che non ha mai subito il trauma dell’esperienza, sconfinando nella terra dei sogni e mandando da lì bagliori e guizzi. Tutto è raccolto e imbrigliato nel tessuto dei richiami evocativi, analogici, allusivi dei testi brevi. La stessa intensità descrittiva diviene fuga dal chiaroscuro delle cose, dal cuore spento di frantumi di sere d’estate, dal suono attenuato della solitudine, una fuga scatenata da quel demone implacabile e impietoso, che si accampa nella mente. Ho messo un sasso / sui miei pensieri: / fermasogni / lucido e pesante / mi impedisce d’inventare. Bisogna costruire un “ fermasogni “, allora, un fermasogni, che ci immerga nella vertigine della denominazione, liberandoci dai luoghi senza recinto della vaghezza e riconsegnandoci, non più ostaggi di un reale, che si ritrae, alla poesia, che è pienezza e identità. Le descrizioni in questa raccolta sono concentrate sugli aspetti visivi di un luogo. Un sintagma – sboccia la donna-peonia oppure piovono foglie o, ancora, il vento si libera – disegna lo spazio prospettico, allargando o restringendo l’angolo di osservazione attraverso snodature sintattiche, che creano spesso un movimento ondulato dal lontano al vicino. Si profila un “fuori di sé “ da esplorare nel suo apparire più sfuggente, nelle sue sfumature più evanescenti, in cui ogni forma definita sembra svanire. Eppure la consonanza della poeta con l’esterno è così forte da non distinguere più il fuori animato, lo spazio creaturale dall’intimità più segreta dell’autrice. Nello scenario del divenire in atto risuona l’eco lunga delle vibrazioni interiori, per cui ogni piccolo sussulto della “ vallata “ è raccolto dal patimento della parola come spasimo della coscienza. Il dato visivo si trasfigura, lasciando, però, nei versi tutto il suo humus e la sua energia. Rondine, rondine / eroicamente accovacciata / su una pallina di grandine: / sfrecci / colpendomi / come proiettile / al cuore stanco. – pag. 61. Eppure la fiamma / non ha paura della cenere / e avvolge felice il ceppo. / Eppure io / non ho paura della vita / e avvolgo felice la morte. – pag. 77 -. Il cadere del tempo nella sconfinata geometri della “ vallata “ di pensieri, di gesti, di esperienze, di desideri provoca macerie, ferite, detriti. Dove la fioritura di stelle, i guizzi di sapienza, i solchi delle certezze? Come si è giunti all’affanno dell’ombra, del silenzio, della solitudine non conoscendone neppure l’alfabeto? Torneranno le parole scrive Fausta nell’ultimo testo dell’opera e si ( ci ) rassicura con la sua piana affabulazione. Torneranno e con i loro colori iridati rotoleranno frettolose e leggere a comporre ghirlande di nuovi smarrimenti, di radici ritrovate, di sogni appena abbozzati. E sarà ancora poesia.
Merys Rizzo