Mito e mediterraneità nell’ultima poesia di Pina Majone Mauro

books“Sola per vocazione / perdente per distrazione / poeta per caso”

Mito e mediterraneità nell’ultima poesia di Pina Majone Mauro

C’è una Calabria fisica dipinta come su una tela realistica di Corot nell’ultimo libro di poesie di Pina Majone Mauro, Frontiera, Novanta canzoni d’amore alla Calabria, Calabria Letteraria Editrice, 2012. Un’ incredibile terra, una Calabria tipica circondata da terra e mare, fatta di fichi d’india, ortiche, rose, gerani, cardi, acanti, agavi, gelsomini pallidi e lunari, ginestre, profumate zagare, maestosi pini loricati, odorosi mirti, disseminata di torri saracene alte nel cielo, di panorami dei graniti delle vette dell’Aspromonte, dell’ipotesi lunare che straluna da Reventino.

Ma in queste lettere d’amore, come Pina stessa le chiama, emerge una Calabria anche disperatamente amata, cercata, sempre fiera della sua storia di leggende sotterrate e del suo passato glorioso. Orgogliosa della sua ricca mitologia: la nostra verità non fu la storia/a raccontarla ma il mito che va/ sulle scorciatoie del vento…Si legga il riassunto di tutte le Calabrie alle pagine 89-92. La nostra Poetessa si immedesima totalmente e sensualmente con la sua terra, scandagliandone con passione ogni angolo, ogni bellezza.

Una Calabria percorsa in lungo e in largo, che ha come sottofondo una voce, quella dell’acqua (noi nascemmo dall’acqua salata), dell’acqua della fontana, quella al Muraglione, per esempio, che rotola il pianto inascoltato, quella del fiume che penetra la pietra millenaria, delle fiumare, del torrente che ridiventa mare. Ecco che l’acqua diventa, metaforicamente parlando, quella del fiume della vita e poi si fa pianto – caldo e salato pianto -, si fa lacrime come quelle di Niobe che, tramutata in sorgiva rugiada di dolore, piange i figli. Amiamo l’acqua solo se è salata/salata come il pianto/quando secca sul viso alla calura…Acqua anche del mare di Calabria (unico punto di forza; incrocio d’acque rabbiose; noi del sud siamo gente di mare; noi del sud nascemmo alle marine; è sempre il mare / che ci richiama), mare ovunque presente e dai molteplici significati. E’metafora della vita con le sue risacche ed i suoi detriti, mare navigato della vita dice Pina stessa. Afferma il narratore Ishmael in Moby Dick (1851): “Sono tormentato da un’ansia continua di cose lontane. Mi piace navigare su mari proibiti e approdare su coste barbare”. Il mare, dice nelle primissime pagine del libro, ” è l’immagine del fantasma inafferrabile della vita”. Il mare è ancora fonte di luce, di vita, mezzo di purificazione, centro di rigenerazione. Si legga la dedica al figlio Carlo: …a Carlo/la più felice delle mie intuizioni/acqua della mia sete/sale dei miei pensieri/fondale inesplorato della vita…e tutta la sezione dedicata al mare: …il tempo allineò le nostre notti/alla voce del mare… Il mare è libertà – mare pulito della libertà, dice Pina e, come insegna Charles Baudelaire: Sempre il mare, uomo libero, amerai! perché il mare è il tuo specchio (I Fiori del male, L’uomo e il mare). E’ infinito – questo balcone sul mare/che ci propone ancora l’infinito -, è l’ignoto, limite degli incontri, tra la pace e la burrasca. Si legga ancora l’inno al mare. Due simboli forti legati al tema dell’acqua sono quello del faro e della conchiglia. Il faro rafforza il concetto espresso dal mare, è anch’esso metafora esistenziale con il suo movimento a intermittenze: la lanterna lampeggia parole per affermare infine che la vita non è che una lanterna appesa/che s’accende e si spegne al primo vento/intermittenza feroce e regolare/che di giorno ti arruggina nel cuore/e nella notte prova a decodificare/l’enigma dell’alba successiva/ che allo zenith incrocia un altro esilio. Il concetto di “intermittenza” ritorna spesso: cono di luce di un faro/che con la sua ostinata intermittenza/interferiva irridente e lascivo/con le mie notti disabitate…E ancora: …torna all’asprezza del nostro promontorio/che ci consente ardite prospettive/sul mare navigato della vita/quando il faro segmenta preciso/lo spazio della notte scoscesa/scala l’abisso della lontananza…E’ il discontinuo splendore dei giorni/ intermittenti come la nostalgia, è la saltuarietà tra cielo e mare, tra ragione e cuore, con l’anima a metà. Faro, luogo privilegiato dell’anima della Poetessa che ha una bellissima villa al Faro di Capo Suvero da cui sta aspettando: la nave che riporterà le nostre vite/all’acqua verdeblù della speranza…La conchiglia evoca l’acqua in cui si forma e partecipa del simbolismo della fecondità, prosperità e fortuna proprie dell’acqua:

richiamo a spirale/di una vuota conchiglia/che la tempesta sputò sul litorale. E torna insistentemente l’immagine della spirale: segreto amore intrappolato/in una vuota spirale di conchiglia oppure: gusci a spirale di morte conchiglie/dove il mare si ostina a cantare/musiche senza parole e senza note. La spirale evoca l’evoluzione di una forza, di uno stato: che sia quella del nulla, del labirinto che talvolta sembra trascinare via le vite di chi vive al Sud? Oppure il suo movimento infinito simboleggia l’emanazione, l’estensione, lo sviluppo, la continuità ciclica in progresso? Insomma, un’altra intermittenza…Poi quel quadro piano piano si anima di emigranti, giovani, anziani, di chi sale sui treni dell’esilio, di chi se ne va alla ventura, di chi volta le spalle a un’esistenza/grama elargita a rate/carne tre volte all’anno e pane scuro/scaraventata da eolici furori, di chi attende in una sala d’aspetto. Termini come “estremità”, “confine” (inossidabile), “frontiera” (fatale…frontiera senza vedette…/senza torri né filo spinato; frontiera terra ultima e fatale; frontiera tra ciò che è bene e ciò che è male – ), “diaframma” (tra ciò che vive sotto la terra/e ciò che muore sopra), “margine”, come partire e tornare (ogni ritorno era un addio / ogni partenza era un ritorno), aspettare, ricordare e dimenticare, vivere e morire, accendersi e spegnersi (come abbiamo visto prima) riprendersi la vita e regalarla indicano le “intermittenze” della vita, il continuo ondeggiare fra la ragione e il cuore, l’infinita ricerca di sé, di un senso; il bisogno di trovare la rotta giusta; la dicotomia dello stato d’animo della poetessa divisa tra la terra amata e il senso del nulla che la domina, con la consapevolezza di essere separata dal resto del mondo, dilaniata, consapevole dell’odio e dell’amore, della luce e della penombra che la legano alla sua terra, tra il bisogno di rimanere e vivere e il sogno di ripartire per morire altrove, tra la necessità di lasciare miseria e povertà, di cambiare la propria sorte e quello di tornare non solamente per morire, ma soprattutto per amore: intermittenze per risolvere l’irrisolta ambivalenza. Pina Majone Mauro è felice di tornare alla sua tana, alla sua casa, di seminare parole tra le pietre, di tornare per ritrovare ciò che fu lasciato: Vita Amore Bellezza/e per sentirci vivi anche nel dolore…: …bastano cuore e mente in sintonia/per un vero ritorno. Su tutto il libro aleggiano un dolente pessimismo, ma soprattutto l’amore struggente di Pina per il “suo” Sud: la mia terra è un dolore conficcato/lama sottile nella roccia dura. Amore nostalgico e orgoglioso che più si manifesta nel tema dell’esilio: la malasorte ci segnò d’esilio/come il gran Padre “ghibellin fuggiasco” Esilio che tuttavia è l’unico luogo di felicità, ultimo approdo, incapacità di dimenticare.

Fausta Genziana Le Piane

Pina Majone Mauro, Frontiera, Novanta canzoni d’amore alla Calabria, Calabria Letteraria Editrice, 2012