Arrivo in Italia

ARRIVO IN ITALIA

di Cristina Zaremba 

 

Maggio 1952

La voce lontana della mamma mi scuote dal sonno profondo. Raggomitolata sullo scomodo sedile del primo treno della mia vita, sono riuscita, alla fine, ad addormentarmi. 

“Siamo arrivate!”. La mamma è agitata, ansiosa.

Guardo fuori dal finestrino: il colore livido del cielo di questa alba triestina mi riempie gli occhi. Ho quattro anni e mezzo.

Ai piedi del predellino – uno strapiombo – mi attendono le braccia salde e confortanti di un uomo a cui mi affido istintivamente fiduciosa.

Ci incamminiamo lungo la banchina; affondo la mia piccola mano nella sua, così grande, calda ed accogliente. Sorride strizzandomi un occhio.

Con lui andrei dovunque.

 

Lui è lo zio Lino, marito di una sorella della mamma, e sarà per sempre il primo amore.

Questo è il ricordo più vivo del mio arrivo in Italia. Ci sono altri ricordi sbiaditi: l’enorme atrio della Stazione Marittima di Genova; la scaletta della nave che non finiva mai; la voce che chiamava il nome della mamma ed il mio… Io mi guardavo in giro senza vedere nessuno… ma non conoscevo nessuno. Dei parenti italiani avevo una vaga idea grazie alle foto che la mamma mi mostrava di tanto in tanto.

La confusione era terribile, i suoni erano moltiplicati dall’eco prodotto da quelle volte ai miei occhi gigantesche. Quella voce era di una sorella della mamma che poi ci ha accompagnate.

Quell’arrivo a Trieste è stato, per me, come una mia nuova nascita, la prima tappa della mia nuova vita.

Da quel momento, infatti, tutto cambierà per me: quelle certezze acquisite che mi avevano accompagnato fino ad allora si sgretoleranno perché i miei punti fermi cambieranno. Dovrò costruirmi nuove certezze e cercare nuovi punti fermi.

All’inizio dovrò imparare a superare quel nodo allo stomaco che alcune volte impedisce anche il respiro e che si chiama nostalgia, distacco, assenza. E comincerò a distinguere nelle parole degli adulti la vera e la mezza verità.

Avrò, però, anche l’affetto di una nonna fantastica! E tutti quegli zii e zie, cugini e cugine che fino ad allora non avevo avuto.

Avrò quegli agi che mai prima avevo conosciuto e che, forse, se fossi rimasta a Buenos Aires, non avrei mai avuto e, dunque, anche tutte quelle possibilità che la vita in seguito mi ha dato.

Ma questa è un’altra storia: non sappiamo, ovviamente, che cosa ci sarebbe potuto accadere se… Oggi sono come sono grazie alla mia storia passata e quindi anche grazie a quel maggio del 1952.

 

Meraviglia, stordimento, nostalgia: sono questi i sentimenti che hanno accompagnato i primi mesi in Italia di quella piccola Cristina, così lontana da questa Cristina, ormai adulta, che la osserva con tenerezza ed amore.

Meraviglia per tutto ciò che la circondava, per la casa ampia e lussuosa della zia Roma, una sorella della mamma, così diversa dalla sua di Buenos Aires che era, invece, minuscola con un patio su cui si affacciavano la cucina, il bagno, la camera da letto e la stanza in cui viveva un amico di papà. Quei grandi divani, quei lampadari, quel largo corridoio di lucido parquet che a sua volta si apriva in vari atri, le incutevano timore e soggezione. I primi giorni ci si era anche persa…

Stordimento dovuto a tutte quelle persone intorno a lei che l’abbracciavano, la baciavano in continuazione. Tanti piedi e tante gambe sono stati per giorni il suo sfondo. Gambe tra le quali correva e si districava il piccolo cucciolo di barbone divenuto immediatamente suo inseparabile e fedele compagno di giochi. Parenti giovani ed anziani si avvicendavano tra arrivi e partenze. Occorrerà  tempo a Cristina prima di riuscire a dare nome ad ogni volto e soprattutto a dare ad ognuno il suo ruolo all’interno di quella numerosa famiglia alla quale non era avvezza: nel suo mondo, infatti,  fino a quel momento, c’erano stati solo mamma e papà.

Nostalgia per il suo papà, Tata lo chiamava, lasciato a Buenos Aires. I lineamenti del suo volto si stavano lentamente dissolvendo, nonostante gli sforzi per trattenerli nella memoria; rimaneva solo quel puntino che salutava dal molo e che diventava sempre più piccolo, fino a scomparire, lasciandole un gran vuoto dentro.

Nostalgia anche per i suoi giochi: aveva portato con sé unicamente Betta, la sua bambola del cuore.

Nostalgia per le sue amichette, per la visita domenicale allo zoo.

Nostalgia per quello zio tanto speciale cui si era affidata così spontaneamente al suo arrivo, dalla presenza così rassicurante: lui non abitava a Trieste, era ripartito dopo pochi giorni.

Quando torniamo a casa? Quando viene Tata? Quando torna lo zio? Presto, presto, presto… rispondevano sempre con la stessa parola: presto. Ma, cosa vuol dire presto, se non arriva mai? Paure, incertezze, nostalgie si ingigantivano sempre più dentro di lei, lei che era alla ricerca di una risposta, di un perché.

 

Un anno è passato dal nostro arrivo. Un anno fatto di spostamenti tra Trieste e Fermo, in provincia di Ascoli Piceno, dove abitano quel magico zio, che tutti noi nipoti, a buona ragione, chiamavamo Zietto, e sua moglie Nilde, sorella della mamma. Lei diventerà molto importante per me, raramente l’ho chiamata zia, ma semplicemente Nilde, forse per distinguerla dalle tante altre, perché lei era speciale.

Ho compiuto cinque anni, è passato il Natale – che stranezza il Natale con il freddo! – ed è anche arrivata la primavera: l’immagine di Tata è ormai totalmente sbiadita. La mamma mi legge le sue lettere mentre scruto la sua calligrafia così sottile, guardo le sue foto alla ricerca della sua voce e dei suoi gesti… Mi sto sempre più affezionando allo Zietto, lui, sempre così allegro e giocherellone, mi fa ridere e divertire: è tanto diverso da Tata che invece era spesso pensieroso, triste, di carattere chiuso e riservato. Forse mi sento in colpa…

 

Non ho, comunque, ricordi ben precisi di quel periodo, confondo un luogo con un altro, una persona con un’altra, sono piccoli flash che alcune volte si “allargano”, ma non so se questo siano frutto della mia immaginazione che, poi, ho elaborato o se sia la realtà. Di alcune sensazioni, perché di sensazioni si tratta, però, sono assolutamente certa: la sensazione di forte benessere che provavo quando ero ospite dello Zietto e della Nilde, non perché mi coccolavano particolarmente, ma per l’atmosfera di serenità che aleggiava in quella casa che era modestissima, mi ricordava quella lasciata a Buenos Aires, e che mi faceva sentire protetta, al sicuro, diversamente, invece, dalla grande casa di Trieste che, però, non faceva trasparire lo stesso sentimento, anzi, mi sentivo sempre un po’ sulle spine perché quasi mi si voleva obbligare ad amare in particolar modo quegli zii, tanto gentili che ci ospitavano ed aiutavano. Ai bambini non si può comandare un sentimento.

Ed infatti, poi, quando saranno passati tanti anni ed io sarò già una donna, velatamente una zia mi farà capire che era un vero controsenso quel mio attaccamento agli altri zii. Ancora oggi mi prende lo stomaco quando ci penso.

E mi sento male se ricordo, mio cugino Piero, già un uomo se pur giovane, che mi prendeva continuamente in giro perché diceva che il mio Tata mangiava sempre patate, come tutti i polacchi: io non capivo cosa c’era di male, in fin dei conti le mangiavamo anche noi, così mi arrabbiavo difendendo strenuamente mio padre e tutti i polacchi e più io urlavo, più lui rideva ed andava a finire che ci rimettevo sempre, perché rispondevo male e dovevo andare in castigo nel ripostiglio, che per fortuna aveva la porta a vetri e non stavo proprio al buio: non versavo neanche una lacrima, ero troppo arrabbiata con tutti, specialmente con la mamma che permetteva una cosa del genere…

Ho sospeso le domande, forse per sfinimento.

Un giorno, ascoltando una conversazione tra la mamma e la Nilde, capisco che a Buenos Aires non sarei mai più tornata. Il cuore quasi mi si ferma.

Non ho chiesto niente e mi sono trascinata in quell’ansia fino a quando, era luglio, mi hanno detto che Tata sarebbe arrivato.

Così, finalmente, dopo più di un anno, ho rivisto mio papà. Tata.

 

Luglio 1953

Magro, con i capelli biondi e sottili che, ribelli, ricadono in continuazione sulla fronte, nonostante i ripetuti gesti della mano dalle dita macchiate dalla nicotina delle tante sigarette che fuma, quasi incessantemente… i suoi occhi celesti, di un celeste quasi trasparente che a volte, invece, nonostante le spesse lenti da miope, si vedono cambiare di colore a seconda del tempo…Il suo sorriso stanco che forma una profonda piega ai lati della bocca dalle labbra sottili.

Allarga le braccia: “Kriscia!”

Le gambe mi tremano, il cuore impazzito mi batte in gola, ovunque nel corpo. Resto immobile, pietrificata, come se i miei piedi fossero inchiodati sul parquet.

Ripete il mio nome Kriscia, Kriscia. Il mio nome? Dalla sua bocca escono suoni incomprensibili. Come parla? Cosa dice? Perché non lo capisco? Che succede?

“Ma non vieni ad abbracciare il papà che hai tanto aspettato?”, quasi mi rimprovera la mamma accanto a lui. La nonna, dietro a me, dolcemente mi spinge in avanti: “Vai, vai da lui, Cricrì”.

Il tempo è come sospeso: passa un minuto, un secondo… non so… sono stretta tra le sue braccia che non ricordavo così magre… Tutti piangono… Io non so cosa fare.

 

Quanto ho pianto quando, ormai adulta, ho quasi rivissuto questo incontro, come se fosse la scena di un film, pensando a quel mio povero papà, chissà quanto deluso da quella mia attonita e un po’ fredda accoglienza! Chissà quante volte avrà immaginato e sognato quel ritrovarci dopo più di un anno passato solo in Argentina, lontano da noi che rappresentavamo il suo tutto, probabilmente la sua unica gioia nel suo dolore.

Papà ha sofferto moltissimo per quella lontananza forzata dalla sua famiglia d’origine, lasciata nell’amatissima Polonia nel settembre del ‘39, immediatamente dopo l’invasione tedesca; e, poi, la pena per quei compagni morti di stenti e privazioni durante la prigionia; gli stress della terribile e decisiva battaglia di Montecassino. E che dire, poi, dell’amarezza provata per la decisione, una volta finita quella maledetta guerra, di non tornare in quella Polonia data in pasto a Stalin?

Appena nel 1948 riuscirà a mettersi in contatto con la sua famiglia e saprà della morte di un fratello trucidato dai tedeschi e della triste condizione di vita in cui erano costretti a vivere tutti i suoi familiari, ormai dimentichi di quegli agi e di quella vita brillante in cui lui stesso era cresciuto: tutto era miseramente perduto per sempre.

 

Uomo di grandi idee liberali fin da giovanissimo, papà si era reso conto che  avrebbe avuto gravi problemi nella nuova Polonia e sicuramente voleva offrire qualcosa di meglio a quella donna italiana di cui si era innamorato e con cui voleva ricominciare a vivere, lontano il più possibile da quello scenario di guerra.

Anche la mamma voleva sicuramente cambiare la sua vita, affrancarsi dalla madre e dalle sorelle che, per troppo proteggerla, la soffocavano. Penso che l’incontro con mio padre l’abbia resa consapevole della sua mancata autonomia e che la decisione di seguirlo, forse, sia stata la sua prima ribellione, la sua prima vera presa di coscienza di sé.

E fu così che, insieme a tanti altri polacchi sposati con italiane, si ritrovarono in Argentina pieni di sogni e di speranze.

Intrapresero quel lungo viaggio su una nave “che stava su per miracolo”, come andava ripetendo mia madre quando raccontava quella sua avventura in Argentina, fatta di vita dura, di sacrifici, rinunce, nostalgia e rimpianti.

Il papà, costretto a fare l’operaio per vivere, riprese gli studi: voleva riavere quella sua laurea in giurisprudenza senza valore, ormai, in Argentina. La mamma, per arrotondare il magro stipendio, decise di affittare quella stanza in più della nostra già piccola casa ad un ex ufficiale polacco scapolo cui preparava anche i pasti. Sono stati anni molto duri e penso che la mia nascita per loro abbia rappresentato la speranza di cominciare una nuova vita.

Poi le cose sono andate diversamente dai loro progetti.

La mamma aveva cominciato a manifestare i primi sintomi di quella sordità che negli anni diventerà sempre più acuta e che le sarà d’impedimento a condurre una vita serena. Ricordo come, già allora, ogni tanto dovevo ripeterle più volte le parole per essere intesa.

Soffriva sempre più intensamente per la lontananza dalla sua famiglia… e così abbiamo preso quella nave che ci ha portato in Italia.

Doveva essere una permanenza breve, ed invece…

 

Fotogrammi brevissimi, ma nitidi ed intensi sono il ricordo di quel mio lungo viaggio: la distesa infinita dell’oceano; i gabbiani che seguivano la nave; il vento sul ponte dove giocavo; le stelle che sembravano tanto vicine; la scena di un film del cinema di bordo; i fuochi d’artificio per la festa del passaggio dell’Equatore… Grazie a quel viaggio, per la prima volta mi sono resa conto che esisteva un mondo diverso da quello rappresentato fino ad allora: mamma, papà, pochi amici, le strade intorno a casa, la passeggiata domenicale allo zoo, mio unico, nitido ricordo della città.

Il mio piccolo mondo si stava trasformando ed io non lo sapevo.

E poi, con il mio arrivo in Italia…  ancora di più tutto cambierà.

 

 

Commento

In qualche pagina ci sono le radici, gli affetti profondi e l’annuncio del futuro di Cristina.

Sbarca dalle distese infinite dell’oceano e dalle stelle che sembravano vicine nelle braccia dello zio Lino ed è il primo amore, una bimbetta con la mamma italiana, che porta dall’Argentina la bambola Betta e ha lasciato il padre polacco a lavorare. In una piccola casa attorno ad un patio, modesta, ma dove era motivo della gioia di due emigrati sfuggiti alla devastazione della Polonia, un padre operaio-studente, di idee liberali, una madre della borghesia italiana che decide di tornare con la bambina a Trieste.

Per la piccola Cristina nostalgia, distacco, assenza. Ma anche un esplosione di nuovi affetti. Una nonna fantastica! Zii, cugini, una casa lussuosa, enorme, che la meraviglia, quella simile alla sua dello Zietto e di Nilde a Fermo è più protettiva, il primo Natale con la neve è strano, ma la grande gioia arriva l’anno dopo, quando  rivede suo padre, il Tata, arrivato dall’Argentina e ripete: – Kriscia! Kriscia!-

La donna di oggi piange pensando che la reazione della bambina attonita, muta, lo abbia deluso. Rivede la scena lontana come in un film…come se il padre non avesse potuto comprendere tutta l’enorme emozione di una figlia piccola stretta tra le sue braccia.

Roberta De Thomasis