Calabria. Alla ricerca del tempo perduto

Quando avvenimenti tragici sconvolgono la mia vita, ripenso sempre a ciò che mi diceva mia madre: “Bisogna tornare nel posto dove siamo nate, visitare l’eremo del santo, prendere il fresco con le vicine, recitare le novene con loro, anche se non si è credenti, altrimenti ci perdiamo per i campi come vacche senza campanacci”.

Nel mese di giugno del 1995, ho perso mia madre, Antoniatta, e ho avuto bisogno di ritrovare la bussola. Forse si sente il desiderio di ritornare al passato quando il presente è inadeguato e doloroso…

Tutti gli anni, mamma aveva l’abitudine di “scendere in Calabria”, a Nicastro, in occasione della ricorrenza di S. Antonio, per festeggiare l’onomastico e il compleanno con parenti e amici. L’anno successivo, e dopo un periodo lungo di lontananza, ho sentito la necessità di partire per rivedere Nicastro, dove sono nata. Ho deciso di fare ciò che faceva mia madre, immedesimandomi in lei: è stato al tempo stesso un itinerario per ricordarla e per ritrovare tutta me stessa, perduta, senza strada, senza orientamento, “senza campanaccio”, insomma.

Mercoledì 12 giugno 1996: ore 8.00, si parte! Prendo posto (numero 6!) sulla corriera della ditta Foderaro, in piazza della stazione Tiburtina a Roma, dove tante volte ho accompagnato mamma. Caffè, acqua, caramelle: ecco i simboli della cortesia Foderaro! Sono emozionata  e durante il viaggio mi accorgo che i miei occhi sono malati della luce accecante del Sud e del tripudio di ginestre che vedo lungo il tragitto. Respiro con sensualità, abbandonandomi all’argenteo degli ulivi e al verde dei fichi d’India.

Arrivo in Piazza d’Armi dove mi aspetta Vanna C., una compagna di scuola di mamma, che mi accoglie con affetto e mi accompagna all’albero “S. Carlo”, in Corso Giovanni Nicotera. L’amabile proprietaria mi assegna la stessa stanza che occupava mamma: mi parla di lei e delle serate che trascorrevano insieme. La commozione è irrefrenabile.

Giovedì 13: è festa. Dai parenti, naturalmente! E poi una doverosa visita ai nonni che riposano nei cimiteri di Nicastro e Sambiase.

Venerdì 14: voglio festeggiare per il Corso Numistrano, fare un po’ di “struscio”, passare davanti a quello che era il negozio di mio nonno. Radio, televisioni, profumi, dischi, ricordo ancora il retrobottega… Continuo a camminare e, in Via Garibaldi, al numero 9, c’è la casa in cui sono na-ta. Ecco il soffitto dipinto, la dispensa, la scala in legno, il carbone nel sottoscala, la pasta soffice delle “crispelle” che, a Natale, lievita a dismisura… Appartengo all’universo, il mondo non ha confini, viaggio senza stancarmi mai, ma fuggo qui per ritrovare questa strada, questo paesaggio, il primo che i miei occhi hanno visto: S. Teodoro e le rovine del vecchio castello. Porto sempre dentro di me questi panorami, questi spazi, la bellezza della natura e soprattutto la musicalità del dialetto: come dimenticare la maestosità del vocativo “O Fausta!”. Sono le radici che mi hanno tenuta ben salda alla terra durante le tempeste della vita, ora lo so.

Sbato 15: in compagnia delle amiche di scuola di mamma, del Liceo “F, Fiorentino”, dove insegnò anche mio padre. Con loro, mamma si incontrava ogni anno. Certo non desidero sostituirmi a Nina, come loro continuano a chiamarla, né usurpare il suo posto, voglio solo ritrovarla attraverso i loro ricordi. Vanna C., paziente e comprensiva, Liliana, sorridente e garbata, Pina, sensibile estroversa, Anna, che quando passa da Roma mi telefona, Gina, forte e silenziosa, Vanna I., che non sarebbe potuta venire, ma non ha voluto mancare all’appuntamento: vi ringrazio tutte per avermi accolta e capita. Quante volte vi siete riunite al ristorante “Mare Chiaro” di Gizzeria Lido? Torniamoci, allora. E poi al faro da Pinella per scattare le foto e stare ancora un po’ insieme.

Domenica 16: a Soveria Mannelli, da Ermelinda, compagna di giochi di mamma e dei suoi fratelli, Alberto ed Enzo.

Ricordi? Ne facevate di tutti i colori durante la villeggiatura in agosto.

Una sera, Alberto ti chiama: “Ermelinda! Porta il piatto grande, quello in cui zia Filippina stende la conserva!”. Obbediente, tu lo prendi ed esci. Fuori ci sono mio padre Giorgio, i tuoi fratelli, Vincenzo e Giuseppe, e Alberto. Ti portano per un promontorio in salita, in periferia, “u cuzza-riellu della chiana”. Là, tutta affannata, domandi: “Albè, ma che ci devi fare con questo piatto?”. “Mettici la luna!”, ti risponde mio zio e tu avresti voluto volentieri romperglielo sulla testa quel piatto di zia Filippina… ma erano altri tempi…Magari tornassero! Magari la accettasse di farsi im-prigionare in un piatto!

Sul filo dei ricordi la domenica finisce ed è quasi ora di tornare a Roma. Peccato! Se fossi rimasta di più, sarei andata a Catanzaro, su per le curve che si arrampicano fino in cima, in via della Maddalena nell’illusione di trovare la nonna ad aspettarmi con orzo  e grissini per consolarmi del senso di nausea che mi ha accompagnato fin lì!

Lunedì 17. E’ deciso, parto.

Delusa? No, neppure se ho rivisto luoghi  e persone con gli occhi dell’infanzia e dei ricordi e la realtà oggi può essere diversa. Ho scoperto il senso del mio Destino, go ritrovato e fissato il tempo perduto che mi procura una Felicità insospettata  inaspettata. Non è vero che il passato è passato. Noi siamo il nostro passato, anzi, la Memoria è la cassaforte della nostra vita, un bene prezioso al quale attingere nei momenti più bui della nostra esistenza.

Fausta Genziana Le Piane, La luna nel piatto, Edizioni Associate, Roma, 2004

 

Commento

Per ritornare in contatto con la madre perduta, con le comune radici, Fausta intraprende il viaggio.

E’ un breve diario che parte da un’eredità materna del sentimento “bisogna tornare nel posto dove siamo nate…”  e scende in Calabria da Roma. Già sulla corriera respira con sensualità la luce accecante del sud, il tripudio delle ginestre e l’argento degli ulivi.

La festa è l’accoglienza che tante amiche della madre le riservano, è come se lei si calasse nelle sue vesti.

La aspettano, la accompagnano, sembrano circondarla in un abbraccio.

Fausta rivede la casa in cui è nata – il soffitto dipinto, la dispensa, la scala in legno…e anche le “crispelle” di Natale – e si accorge  di portarla sempre dentro di sè insieme alla musicalità del dialetto.

La forza delle origini.

Uno zio voleva mettere la luna nel piatto in cui zia Filippina stendeva la conserva…è un ricordo, ma la Memoria è un bene prezioso al quale attingere e a volte bisogna tornare nei luoghi e tra le persone per risentirne tutto il sapore, il profumo, l’incanto.

Roberta De Thomasis