La festa dell’insignificanza di Milan Kundera

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La festa dell’insignificanza di Milan Kundera (Adelphi) ha il respiro di un concerto.

La traccia è data dai nomi degli uomini che tornano ad incontrarsi, il cocktail un episodio, ma è il ritmo del pensiero dell’autore, che a volte si ripete, che danno l’andamento di assoli, duetti e cori di uno spaccato d’umanità che sembra riflettere su alcune risposte che si è date, anche se provvisorie .

L’ombelico scoperto delle ragazze nuovo simbolo che annulla l’individualità erotica, i giardini del Lussemburgo ritornano in una Parigi di marionette e statue, amici che si incontrano per organizzare la festa di un finto moribondo, un Calibano shakespiriano che inventa un balbettio ungherese, Stalin e la sua corte che lo irride in orinatoi di ceramica floreale e discutono di Kant e Shopenaur, e Stalin avrà dato il nome a una città per tenerezza verso un consigliere incontinente.  La bella Frank, vedova da poco del suo amore, declama che della morte si nutre la vita e insieme a lei tutti attendono che scenda dall’alto una piccola piuma bianca.

Un figlio nato indesiderato è diventato un chiediscusa e il gioco che Kundera fa del paradosso circola come un veleno necessario; la donna tanto desiderata passerà invece la notte con uno sconosciuto inconsapevolmente.

Alain e Charles sono amici, cercano di immaginare gli angeli, Ramon cerca l’hegeliano infinito buonumore e regalerà una lusinga a D’Ardelo senza sapere di essere stato ingannato.

L’insignificanza- scrive Kundera- è con noi ovunque e sempre. Ma non basta riconoscerla, bisogna imparare ad amarla.

Roberta De Thomasis