I pericoli del colonialismo digitale. Il ruolo della scuola

Lo spunto per affrontare questo tema ci viene dal seguente libro: Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale, Roma-Bari, Laterza, 2013. Il libro raccoglie diversi articoli giornalistici: questo ci sembra un limite, proprio rispetto all’assunto di partenza da cui muove l’autore: in confronto all’informazione reticolare il saggio presenta una coerenza argomentativa dove tutto si tiene. Tale limite si evidenzia nella seconda parte, dove vengono poste una serie di questioni, ma si perde il filo principale del discorso della prima parte: come affrontare la novità dei mezzi di conoscenza digitali?

Probabilmente ha ragione Casati nel sostenere che si esagera quando si parla di mutazione antropologica, però non possiamo negare che siamo di fronte a un cambiamento socio-culturale, che ci investe tutti, proprio perché questi mezzi sono talmente pervasivi da non poterli ignorare. Però, quando parliamo di <nativi digitali> dobbiamo fare riferimento a chi è ancora infante, a chi nasce in questo momento; per gli altri, per gli adolescenti, a cui soprattutto pensiamo quando facciamo questi discorsi, dobbiamo ancora parlare di <migrazione> al digitale, da un mondo ancora dominato dalla televisione e dal libro.

In questo senso il discorso di questi articoli trova l’altro suo limite, perché la soluzione proposta è ancora di chi, da adulto, da genitore, si preoccupa di portare ai giovani la propria modalità di apprendimento. Noi, probabilmente ultima generazione nutritasi di libri e formatasi attraverso il discorso lineare, profondo, restiamo spiazzati di fronte alla nuova modalità reticolare, dove sembra non ci sia più bisogno di connessioni interne, profonde, poiché tutte le connessioni sono nella rete, a portata di click. Per capire questo valga l’esempio dei bambini bilingui. Chi impara una seconda lingua da adulto deve sempre resettare la sua <coscienza> per passare da una lingua all’altra, mentre per i bambini bilingui è naturale e spontaneo fare questo passaggio, in realtà sono in possesso di due lingue-madri: questa non è una mutazione antropologica, ma sicuramente è un radicale cambiamento socio-culturale.

Negli ultimi cento anni la velocità del progresso tecnologico è stata tale che anche i nostri genitori hanno dovuto riparametrare il loro approccio al mondo che si riempiva di oggetti prima sconosciuti (automobili, televisione, telefono…). Tuttavia questi oggetti non intaccavano la sfera dell’apprendimento, che restava legata alla linearità del discorso argomentativo. Anzi, la televisione che abbiamo conosciuto noi ha dato la possibilità di apertura conoscitiva, culturale, anche a chi non aveva avuto la fortuna di poter studiare: emblema di questo è la trasmissione Non è mai troppo tardi, che alfabetizzava i tanti analfabeti che, ancora negli anni ’50-’60, erano presenti in Italia. Oggi si parla di analfabetismo di ritorno: adulti che pur essendo andati a scuola, perdono le cognizioni acquisite e la capacità di comprendere discorsi complessi (vedi i tanti interventi di Tullio De Mauro). Ma questo non attiene alla digitalizzazione, attiene piuttosto a chi da 40 anni subisce una televisione volgare e diseducativa.

La difficoltà odierna è invece proprio quella di trovarsi in una fase di passaggio: in cui i più sono <migranti> digitali, hanno imparato una seconda lingua, ma la usano in alternativa alla prima, senza reali scambi tra l’una e l’altra; così siamo tentati, come fa il nostro autore, di trovare degli escamotage per riportare i nostri adolescenti sulla via maestra del discorso lineare e profondo. E sicuramente, queste proposte di Casati di investire la scuola del suo compito primario di educare all’attenzione e all’apprendimento in profondità, ci trovano assolutamente d’accordo, in quanto si rivolgono a quei <migranti> digitali abbagliati e succubi passivi delle nuove tecnologie.

Ma la questione dei veri <nativi digitali> ancora non l’abbiamo davanti: come affronteremo le problematiche di chi sa maneggiare con disinvoltura questa seconda lingua? Forse non sarà più possibile cercare di riportarli alla nostra modalità di apprendimento, ma dovremo farci carico di saper intercettare la loro, che si muoverà nella rete, tra <connessioni neurali> esterne, diffuse, orizzontali. Questa sarà la vera sfida. La peculiarità dell’uomo è sempre stata quella di trasmette alle generazioni future le conoscenze, i valori, acquisiti nel passato (in questo trovano senso le biblioteche, gli archivi, la storia); come continuare a farlo con chi guarderà ai padri come meno <sapienti>, perché in possesso di una sola lingua?

Angelo Ariemma