Casa Duir a Casperia: l’incontro tra una vita, un luogo e la scrittura

img339-262x300L’incontro tra una vita, un luogo e la scritturadi Fausta Genziana Le Piane

 

“Amando le parole come io le amo” – Virginia Woolf

 

La Sabina ritorna nella mia vita per la seconda volta. Anni fa, l’ho percorsa per insegnare a Poggio Mirteto all’Istituto Magistrale, con sede principale a Rieti: mi sono innamorata dei paesaggi che mi ricordavano e mi ricordano la mia terra, la Calabria dove sono nata. Abbondanza di ulivi, fichi d’india, colline dolci e pacate, pianure ubertose.

Casa “Duir”, a Casperia, in provincia di Rieti (“duir” è una parola celtica che significa “quercia: a Casperia ho un intero querceto; i Druidi erano i conoscitori delle querce e della natura quindi) è stato un colpo di fulmine. Un po’ come per Marguerite Duras quando vide la casa di campagna di Neauphle-le-Château: “Quando mi hanno aperto la porta, ho visto il parco. E’ durato qualche secondo. Ho detto subito che compravo la casa, appena varcata la soglia. L’ho comprata seduta stante…” (Marguerite Duras, Scrivere, Idee/Feltrinelli, 1994).

Qui ho sognato una casa dove vita, natura, arte e scrittura confluissero. Sono convinta che ognuno può fare della propria vita un’opera d’arte perché l’arte è un modo di vivere. Qui, ho le mie foto (quella della mia laurea, quella di mia figlia piccola in braccio al nonno, mio padre, quelle di mia madre), i miei ricordi e i miei oggetti più  cari (la valigia di pelle del viaggio di nozze di mio padre, il copriletto satinato e bucato di mia madre), i miei quadri, i miei libri (l’opera completa di Balzac, di Hugo in francese), la mia scrivania con la collezione di antichi pennini, le pipe di mio suocero, i kilim nuovi e antichi, gli specchi e il giardino indonesiani. La pietra, il legno, tutti i materiali naturali hanno il loro ampio spazio: per l’esterno e per la decorazione dell’interno, ho scelto marmi e pietre della Sabina, in particolare di Poggio Fidoni e Poggio Moiano.

Nella casa, lo scrittore vive, crea, soffre, conquistato dal desiderio della solitudine e dall’urgenza della scrittura; ama quel luogo e ne è riamato. La casa occupa un posto essenziale nella vita di uno scrittore: mette ordine nei ricordi, calma l’angoscia, ispira il pensiero. E’ dalle sue mura che spesso la fantasia prende il volo verso gli orizzonti più lontani.

A Casperia, la solitudine è estrema, non ci sono case intorno, ma solo campi, prati e, di fronte, gli splendidi Monti Sabini – il Monte Pizzuto mi porge ogni mattino il suo saluto – completamente verdi: “In tutta la mia vita non ricordo di aver vissuto degli istanti di così intensa emozione”, scrive Virginia Woolf il 1° luglio 1919: insieme con il marito Leonard Woolf, ha appena acquistato all’asta la proprietà di Monk’s House a Rodmell, nel Sussex. Tutte le mattine si rifugia in un capanno di legno, a ridosso del muro del giardino, e in questa “stanza romantica” e spoglia si consacra alla scrittura. Scrive seduta a un tavolo dalle linee sobrie, riempie i fogli con la sua scrittura minuziosa, sottile, quasi filiforme, usando sempre la stessa penna in acciaio che intinge nell’inchiostro verde.

“Nulla avrebbe potuto impedirmi di scrivere, né la città, né il mio lavoro”: Jean Giono (1895-1970), nato a Manosque in Provenza,  si innamora della natura, si arrampica su per i pendii fino all’altipiano di Contadour, dove, con alcuni amici, tenterà di rivivere il mito di Pan. Da lassù come in estasi, contempla la curva delle colline su cui “i frutteti si presentano rigogliosi, e gli ulivi formano una distesa di templi oscuri e silenziosi, mentre i vigneti con le loro braccia nere e contorte si protendono verso i campi vicini”. Nel settembre del 1935 ha luogo il primo soggiorno dello scrittore Jean Giono e i suoi amici al Contadour. Tra le colline dell’Alta Provenza, una quarantina di giovani seguono per quindici giorni Giono che diventa il Maestro di una generazione: vita umile, discussioni, letture, libertà. Ci saranno nove incontri fino al 1939.

Dall’ispirazione di Casa Duir sono nati tanti racconti, tante poesie, iniziative come le etichette dedicate all’olio da me prodotto, le poesie per il pane, le cartoline poetiche, le penne pubblicitarie, i cartoncini omaggio agli artisti ospiti, i fogli poetici, i quaderni didattici, la rivista bimestrale “Kenavò” che, sempre in celtico, significa “arrivederci”.

La casa offre una mostra permanente di “fave” francesi di cui sono collezionista, una esposizione permanente di pittura, oggetti d’artigianato e antiquariato. Sono soprattutto gli artisti che di passaggio hanno lasciato il loro contributo d’amore che continuano a vivere tra le pareti di questa casa. Ad essi va ogni mio ringraziamento.

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